Ventiquattro persone in carcere, diciassette ai domiciliari. Associazione mafiosa, omicidi, armi, estorsioni, rapine, beni intestati a prestanome. Sono i numeri dell'operazione "Ginestra" della Dda di Catanzaro. Ma non bastano a dire che cosa è successo davvero all'alba di mercoledì nella Sibaritide.

Lo Stato è entrato in un territorio che per anni ha contato agguati, morti, incendi, intimidazioni. Un territorio dove la violenza non si è mai fermata. Pochi giorni prima del blitz, a contrada Lattughelle di Cassano, un agguato ha ferito Damiano Pepe, indicato come vertice della consorteria Abbruzzese-Pepe, e ucciso la sua compagna, Silvana Sibarelli. Oggi Pepe è tra i destinatari dell'ordinanza. Tra i nomi anche quello della moglie. Da Cassano a Sibari, fino a Corigliano Rossano e ai paesi dell’alto Ionio cosentino, l'inchiesta ricostruisce cosche, ruoli e gerarchie. Rimette in fila anche fatti di sangue che sembravano destinati al silenzio.

È un lavoro cominciato nel 2021 con le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e portato avanti per anni dai carabinieri del Ros. Lo hanno condotto i pm Alessandro Riello e Stefania Paparazzo, inizialmente sotto la guida del procuratore Vincenzo Capomolla, reggente della Dda al momento di depositare la richiesta di misure cautelari.

Ora la Procura antimafia è retta da Salvatore Curcio, procuratore che nato in questa terra che conosce benissimo. Le cosche ioniche avevano progettato di ucciderlo. Basta questo per ricordare che cosa significa fare il magistrato antimafia in Calabria: si rischia la vita.

Poi c'è il nome che ha occupato tutte le prime pagine: Flavio Stasi, sindaco di Corigliano Rossano, ai domiciliari con l'accusa di scambio elettorale politico-mafioso. Le accuse sono gravi, e ovviamente tutte da chiarire, ma peseranno sulla città e sulle sue istituzioni.

Ma la vicenda Stasi non è il cuore di questa inchiesta. È un capitolo, e va tenuto al suo posto. Ridurre un'operazione di questa profondità al destino di un sindaco vuol dire non averla capita. Oppure volerla usare. Su Stasi tanta è stata la solidarietà della gente. Tutti gli augurano di provare la sua estraneità ai fatti. Ma è necessario lasciar lavorare gli inquirenti.

Purtroppo si finisce sempre per buttarla nella caciara politica. Ed è proprio quello che sta accadendo. Un ministro della Repubblica ha registrato un video per rivendicare di "aver avuto ragione" in una vecchia polemica. Alla Camera si è parlato di "doppiopesismo" e si sono fatte battute del tutto fuori luogo. Da una parte si condanna, dall'altra si assolve, e tutti l'hanno già fatto prima ancora di aver letto un atto. È uno spettacolo squallido.

La Calabria non lo merita, e la lotta alla 'ndrangheta nemmeno. LaC ha raccontato i fatti con serietà, puntualità e senza alcun pregiudizio. I fatti, prima di tutto i fatti.

Ricordiamolo, perché pare che serva: un'ordinanza cautelare non è una sentenza. Stasi, come ognuno dei quarantuno indagati, è innocente fino a sentenza definitiva. Sulle accuse decideranno i giudici, nelle aule, con le prove e il contraddittorio. Non lo stabiliscono i social, i talk show o i comunicati di partito e i video inopportuni dei ministri, gli stessi che avevano immediatamente parlato di infiltrazioni mafiose delle manifestazioni degli agricoltori e degli autotrasportatori calabresi. Giusto per mettere un marchio.

Garantismo vuol dire avere rispetto di tutto e di tutti, senza alcun pregiudizio, aspettando che il lavoro della magistratura arrivi a termine

Per questo ribadiamo una cosa semplice, a tutti. Lasciamo lavorare la Procura. I magistrati che hanno firmato questa inchiesta hanno davanti un percorso lungo, complesso e delicato: riesame, interrogatori, processo. Devono poterlo fare in serenità, senza pressioni, senza tifoserie, senza che ogni loro atto diventi una clava da agitare in Parlamento o nei luoghi della politica. Una politica seria aiuta la giustizia stando lontana dalle indagini, non commentandole, mettendo giudizi anticipati.

La Calabria ha bisogno di inchieste come questa e di una magistratura che non arretra. Ha bisogno anche di altro: che si faccia luce fino in fondo sulle tante vicende giudiziarie ancora aperte, perché arrivino alla conclusione. Bisogna sapere, finalmente, chi è colpevole e chi è innocente. Non si può vivere a lungo col fiato sospeso, con il sospetto addosso, con il fiato sul collo. Un territorio che non sa di chi fidarsi è un territorio che la 'ndrangheta continua a governare.

Alla classe politica, anche a quella che siede in parlamento o sta al governo, chiediamo prima di tutto di leggere, approfondire, capire. E poi, se possibile, di tacere. In questa storia devono parlare i magistrati, con gli atti. Tutti gli altri farebbero bene a fare silenzio.