Ci sono odori che non vanno via con una passata di candeggina. Sanno di fumo vecchio, di legna bagnata, di sudore rappreso sui muretti a secco della Presila. Teresa Riccio li ha rimessi in fila senza sconti, scavando in un perimetro di sassi e rovine che sta franando a valle, un palmo alla volta, anno dopo anno. Nel suo libro “Tra sogni e silenzi”, edito da Youcanprint, non c’è la cartolina liofilizzata per turisti in cerca di quiete domenicale. C'è la radiografia spietata di un'emorragia. Sersale non è un fondale di cartone, ma un organismo che ha smesso di respirare nelle sue rughe più antiche, lasciando che le porte sbattano nel vento come nei film di serie B.

La verità è che i paesi non muoiono di fatalità meteorologica. Muoiono perché la storia ha deciso di correre altrove, asfaltando le mulattiere e svuotando le case fino a renderle gusci vuoti, mummie immobili appese alle pendici del monte Angaro. Le pagine della Riccio funzionano perché evitano la retorica del casale idilliaco. Cento metri di dislivello significavano spaccarsi la schiena con la “vumbula” in testa, fare la fila due ore alla fontana e pregare che l'inverno non ti entrasse nelle ossa mentre dormivi in dieci nello stesso letto, con la capretta legata ai piedi e le galline sotto il forno del pane. La miseria non ha mai avuto nulla di poetico. Era una faccenda ruvida, fatta di pane nero alla segale, di mal di pancia cronici e di figli che partivano con la valigia di cartone verso la Germania o le fabbriche del triangolo industriale.

Teresa Riccio

Eppure, a guardare bene la carne viva di questo libro, il punto non è soltanto la conta dei danni o la desolazione demografica che ha ridotto Sersale da seimila anime a poco più di quattromila residenti per lo più anziani. Il vero scandalo è la nostra rimozione sistematica. Abbiamo barattato il ritmo implacabile delle stagioni e la solidarietà feroce del vicinato, dove un piatto di pasta e ceci ai morti era un patto di sopravvivenza e non un vezzo ecumenico, in cambio di una modernità sradicata, fatta di solitudini condominiali e di centri storici riconsegnati al silenzio dei gatti randagi. L'autrice, che fa l'insegnante, ha fatto una cosa semplice e faticosa. E’ andata ad ascoltare chi è rimasto. Ha registrato le voci di Felice Guzzetti, di Serafina Lentini, di Giuseppe Bianco. Gente che ha consumato le mani sulla pietra e sulla ginestra, che ricorda l'odore delle “carcare” accese tre giorni e tre notti per cuocere la calce o il sapore ferroso del sangue di maiale fritto nella padella.

Non c'è spazio per l'indulgenza verso la politica dei bonus e delle inaugurazioni a scoppio ritardato. I paesi interni della Calabria non si salvano con la sagra della castagna o con il restyling di facciata di tre portali barocchi. Finché la statale 106 resterà una trappola d'asfalto e la banda larga sarà un miraggio buono per i manifesti elettorali, ogni discorso sulla rigenerazione urbana sarà aria fritta. I giovani laureati continueranno a fare i bagagli perché qui non c’è alternativa alla rassegnazione o all'impiego pubblico assistito. Le case crollano perché non c'è più nessuno che sappia incastrare i muretti a secco senza legante chimico o pulire i boschi dall'incuria estiva.

Chi resta compie un atto di ostinazione biologica. Ma l'ostinazione, da sola, non basta a riempire le aule delle scuole sgretolate dagli accorpamenti ministeriali, né a riaccendere le botteghe dove un tempo i calzolai e i fabbri facevano da ammortizzatore sociale. Sersale, come centinaia di altri lembi dell'Appennino meridionale, galleggia su un patrimonio immenso di saperi materiali che stiamo colpevolmente buttando al macero. Lo sanno bene i vecchi che guardano il vuoto dalle scale d'ingresso, aggrappati a un brandello di memoria che muore con loro.

Alla fine restano i sogni e restano i silenzi. E restiamo noi, spettatori distratti di una catastrofe lentissima che preferiamo chiamare spopolamento, come se fosse una formula matematica e non il dissanguamento progressivo della nostra stessa identità. Teresa Riccio ha scritto un libro che pesa come un macigno sulla nostra coscienza comoda. Chiude la porta alle spalle, spegne la luce e ci lascia lì, da soli, a fare i conti con le pietre che abbiamo deciso di dimenticare.

*documentarista