Un bambino, una volpe che parla attraverso una siepe, un segreto da scoprire. E poi la paura, quella vera, che arriva quando la fiducia viene manipolata.

Odette di Salvatore Conaci, appena pubblicato, è un romanzo che attraversa il mistero, la tensione e le fragilità dell’animo umano. Una storia che parte dalla Svizzera e da una famiglia apparentemente normale per trascinare il lettore dentro una trama inquieta, dove nulla è davvero ciò che sembra.

È un libro sulla fiducia, sulle apparenze, sulle ferite che ci portiamo dentro e sul confine sottile tra innocenza e pericolo. Un thriller psicologico che cattura lentamente il lettore e poi stringe la presa. Perché alcune storie non si limitano a essere raccontate. Ti entrano dentro.

Abbiamo intervistato Salvatore Conaci.

Odette si apre con una scena di forte impatto emotivo. Perché ha scelto di iniziare il romanzo proprio dalla scomparsa di un bambino?

I bambini sono la chiave di lettura del mondo e della vita. Nel fanciullo, l’ignoto diviene meraviglia, mentre per noi adulti è spesso qualcosa da temere, qualcosa che ci paralizza. Il bambino si spinge lì dove intravede delle possibilità, assumendosi rischi pur di giungere a un risultato. Queste sono le premesse per l’inizio di vicende grandi. A volte pericolose, certo, ma grandi. Infatti, Odetteinizia con un bambino che supera la soglia dell’ombra, che si spinge oltre il consentito, spinto dalla sua curiositas; senza la scomparsa del bambino non si innescherebbero molte delle dinamiche del romanzo. È stata una scelta simbolica: quante cose sbloccheremmo, nelle nostre vite, se solo ascoltassimo maggiormente il fanciullo in noi?

Nel libro emerge il tema della manipolazione psicologica e della vulnerabilità umana. Quanto è importante, per lei, raccontare le paure più profonde delle persone?

È fondamentale, oserei dire. Scrivere è, per me, come giocare a tenere l’equilibrio sul filo degli archetipi e delle fragilità. Penso che non scriverei proprio, se non avessi la sensibilità utile a percepire le mancanze, i vuoti incolmabili. E, sentendo queste fragilità, sento anche l’istinto irrefrenabile di esorcizzarle. Quanto più vedo la crepa nell’Umano, tanto più sento di doverne scrivere. La narrazione è la più alta forma di magia: rende visibile l’invisibile, riunisce i frantumi sparsi, e crea oro alchemico con cui riparare le incrinature. Scrivere è questo, per me. Narrare per esorcizzare. Narrare per carezzare l’animo umano. La mia più grande vittoria, infatti, la ottengo quando i lettori mi dicono di aver letto la loro vita tra le pagine dei miei romanzi. In quei momenti capisco che scavare nelle paure e nelle fragilità umane, scendere nelle tenebre più spaventose, ha avuto un senso e soprattutto è servito ad arrivare a mete virtuose.

La Svizzera non è soltanto lo sfondo della vicenda, ma sembra diventare un vero personaggio. Perché ha scelto questa ambientazione?

È stata la Svizzera a scegliere me. È una terra che non sono stato in grado di apprezzare quando avrei potuto, e che però non ho mai smesso di frequentare. Bene, negli anni la Svizzera è rimasta lì, in silenzio, sempre uguale a sé stessa, e frequentandola sempre più spesso cambiavo io, e cambiando sono stato in grado di cogliere la sua smisurata bellezza, e le sue virtù, e la sua capacità insospettabile di essere, quando vuole, anche seducente, torbida, conturbante. È una terra meravigliosa, multiculturale, dalla quale puoi aspettarti di tutto da un momento all’altro. Una nazione che un attimo prima ti mostra uno scorcio di Arcadia, e un attimo dopo, magari a ridosso del crepuscolo, ti mostra il suo affascinante lato oscuro. Quando anni fa la respinsi dalla mia vita perché la ritenevo incompatibile col mio essere, lei decise che mi avrebbe fatto cambiare idea col garbo, col tempo. E ci è riuscita.

I suoi personaggi sono complessi, pieni di luci e ombre. Nascono prima dalla trama o sono loro a guidare lo sviluppo della storia?

Le mie storie le progetto nei minimi dettagli, prima di mettermi a scrivere. Butto giù un progetto, un plot completo, un fascicolo col profilo psicologico di ogni personaggio principale, e una struttura curata dal capitolo zero al capitolo ultimo: solo dopo aver messo insieme questi ingredienti inizio la stesura. Per fare questo, ho bisogno che storia e personaggi nascano insieme, perché l’una è necessaria agli altri e viceversa. Li curo e li plasmo con così tanta cura, i miei personaggi, che alla fine mi mancano, e faccio miei i loro drammi. Sono strani, gli scrittori.

Qual è il messaggio o la riflessione che spera rimanga nel lettore una volta chiusa l’ultima pagina di Odette?

Manca ormai poco all’uscita del romanzo. Il prossimo 15 ottobre raggiungerà le case dei lettori, e questo mi fa desiderare soprattutto una cosa: spero che la storia di Odette sia ascoltata oltreché letta, perché quando ascoltiamo i libri, questi ci raccontano le storie segrete, quelle non scritte, quelle che custodiamo come segreti nei nostri cuori. Spero che Odette diventi un’amica capace di suggerire idee di libertà, di coraggio nell’autodeterminazione, di forza inesauribile nel rincorrere i sogni, anche al costo di abbattere i ponti appena attraversati, anche al costo di bruciare le navi che dovrebbero garantire il ritorno.

Salvatore Conaci è nato a Catanzaro nel 1990. Vincitore e finalista di diversi premi letterari nazionali e internazionali, scrive storie di suspense. Criminologo, è esperto in Criminal Profiling e Grafologia.

Il suo romanzo Cosa Accadde Davvero a Evie Benson (2021) è rimasto nella classifica dei best seller di Amazon per mesi. Docente di discipline letterarie, vive e insegna tra l’Italia e la Svizzera.