L'incubo dei viaggi della speranza che nessuno si può più permettere. L’ex assessore al Turismo analizza i dati Gimbe e il passivo record della mobilità sanitaria: «Un’ingiustizia intollerabile, la priorità assoluta è garantire il diritto alla salute sul territorio»
Tutti gli articoli di Politica
PHOTO
C’è una cosa che non si può più accettare della Calabria: che una persona, proprio nel momento in cui è più fragile e avrebbe bisogno di essere aiutata, debba cominciare a farsi i conti in tasca per capire se può permettersi di curarsi. Perché curarsi in Lombardia, in Veneto o in Emilia-Romagna non è solo questione di prendere un aereo. C’è il viaggio da pagare, un alloggio da trovare, i giorni di lavoro persi, le spese di chi ti accompagna. E alla paura della malattia si aggiunge quella di non farcela economicamente.
E chi quei soldi non li ha? Chi non può permettersi di partire, di restare lontano da casa per settimane, di pagare le spese necessarie? Aspetta. Rimanda. E qualche volta rinuncia.
È questa la Calabria di cui dovremmo parlare. Prima di ogni altra cosa.
Qualche tempo fa, riflettendo sulle difficoltà dei collegamenti nel Mezzogiorno, scrivevo che la distanza del Sud si misura in euro, non in chilometri. Oggi penso che la nostra sanità ne sia la dimostrazione più dolorosa.
I dati diffusi dalla Fondazione GIMBE ci restituiscono una realtà che non possiamo continuare a trattare come una notizia tra le tante. Nel 2024 la Calabria è ancora ultima nella valutazione dei Livelli Essenziali di Assistenza, con 189 punti su 300. L’assistenza territoriale è insufficiente, ferma a 52 punti. È vero, c’è stato un miglioramento rispetto al 2023, ma restiamo lontani da una condizione accettabile.
E c’è un altro numero che dovrebbe indignarci: 326,9 milioni di euro. È il saldo negativo della mobilità sanitaria calabrese nel 2023, il più alto d’Italia. Risorse che, nella compensazione tra regioni, escono dal nostro sistema per finanziare le cure ricevute altrove. E non comprendono le spese aggiuntive sostenute direttamente dalle famiglie per viaggiare e soggiornare fuori regione.
Non è una questione di parte. Sono problemi che si trascinano da decenni e che hanno attraversato governi di ogni colore. Ma proprio per questo non possono più diventare un alibi. La sanità dovrebbe essere giudicata da una sola cosa: i risultati che i cittadini possono misurare nella propria vita.
Quanti calabresi devono ancora attraversare l’Italia per ricevere cure adeguate?
Eppure, mentre tutto questo accade, continuiamo ad assistere alla narrazione di una Calabria straordinaria. Una Calabria meravigliosa, piena di bellezze, di opportunità, di luoghi da scoprire. Una Calabria da celebrare, da promuovere, da raccontare. E sia chiaro: amo profondamente questa terra, credo nelle sue possibilità e nell’importanza di promuoverne la bellezza. Ma non possiamo accontentarci di una regione bellissima da fotografare, se poi diventa così difficile viverci, perché la qualità di una comunità si misura anche da come si prende cura delle persone nel momento in cui hanno più bisogno.
Raccontiamo pure una Calabria straordinaria, ma nel frattempo lavoriamo seriamente per costruire una Calabria nella quale sia normale poter vivere, lavorare, crescere i propri figli e curarsi.
E non riesco a immaginare una battaglia politica più importante di questa.
*già assessore al Turismo e Marketing Territoriale Comune di Catanzaro

