La sfortunata vicenda della giovane investita a Vibo Valentia riaccende i riflettori sulle falle del sistema. Le linee guida parlano di tempi di soccorso di 8 minuti in città e 20 fuori città. Nel 2025 in Calabria la media era di 31 minuti. Oggi sono 24 nonostante siano stati investiti 24,5 milioni di euro
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La vicenda della sfortunatissima Andrea Minasi, ha riacceso, nella maniera più tragica possibile, i riflettori sull’emergenza/urgenza in Calabria. Lo ha fatto grazie all’uscita improvvida di Azienda zero che ha voluto replicare, nessuno ha capito perché, alla garbatissima lettera che i familiari di Andrea avevano inviato al presidente della giunta regionale Roberto Occhiuto e al Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Nella lettera si diceva una cosa semplicissima ovvero che non si può morire in attesa dei soccorsi. Invece in Calabria il rischio c’è eccome.
Lo certifica la stessa Azienda zero che nel replicare ai familiari ammette che c’è tanto lavoro da fare nella gestione dell’emergenza/urgenza ma aggiunge che nel caso in questione i soccorsi erano giunti dopo 24 minuti e non dopo 50 come asserito dai familiari. Una spiegazione che mostra zero umanità, fortemente stigmatizzata dal capogruppo regionale del Pd, Ernesto Alecci, che in consiglio regionale ha voluto riprendere la vicenda, ricordando che le linea guida della Conferenza Stato/regioni stabiliscono che in città il target di arrivo è fissato entro gli 8 minuti per le emergenze sanitarie. Nelle Aree Extraurbane, invece, il target di arrivo entro 20 minuti a causa delle distanze maggiori e dell’orografia complessa. Tempi che in Calabria restano utopici.
Lo attesta anche il piano di rientro 2026/2028 recentemente approvato dalla giunta regionale e che ha ricevuto il nulla osta del Consiglio dei Ministri. Diciamo subito che quel che si legge nel Piano di rientro è sconfortante “fra il 2023 e il 2025 si è già realizzato un miglioramento dell’intervallo allarme target che nel 2024 risultava pari a 31 minuti. Nel primo semestre 2025, secondo i dati in possesso della Regione Calabria, si attesta intorno ai 24 minuti. L'allineamento ai tempi previsti da NSG dovrà essere ricercato anche a partire da una modalità di classificazione dei soccorsi…”.
Insomma ancora siamo lontanissimi dai target fissati dal Ministero della Salute nonostante i cospicui investimenti effettuati nel settore. Alcuni molto discussi come l’acquisto delle famose ambulanze da parte dell’Asp di Cosenza (a cui Azienda zero aveva demandato l’organizzazione del servizio) da Areu, l’agenzia della sanità lombarda. Ambulanze acquistate di seconda mano e che sono rimaste a lungo parcheggiate dalle parti di Montalto Uffugo (Cs). Per non dire della pattuglia di auto mediche, acquistate sempre dalla Lombardia, con sul groppone oltre 200mila km.
Ci sono stati anche investimenti significativi con la realizzazione di ben altre 75 Pet (Postazioni di emergenza territoriale), ma ancora la quadra non si è trovata. Carlo Guccione, della direzione nazionale del Pd, si è preso la briga di calcolare quanto ha speso la Regione nel settore. Secondo lui sono stati investiti qualcosa come 24, 5 milioni di euro con risultati fin troppo irrisori. Fra le righe ha anche scritto che il problema è che finora si è cercato di organizzare il sistema sul modello di quello lombardo. La Calabria però non è la Lombardia, ha le sue caratteristiche orografiche e infrastrutturali soprattutto. Ecco allora che Guccione in una nota ha scritto che «La Calabria non può essere considerata una colonia, né un territorio a cui sottrarre risorse».
Soprattutto se il drenaggio di risorse porta a quanto abbiamo letto nel Piano di rientro. Va infatti ricordato che il piano detta le cose da fare e ha un’operatività temporale che va dal 2026 al 2028. Dobbiamo aspettare il 2028 per avere una rete dell’emergenza/urgenza linea con il resto del Paese? Una domanda da girare agli ultrà del commissariamento si e commissariamento no. Con una postilla. Anche questa contenuta nel piano di rientro “Il sistema di emergenza territoriale può essere indubbiamente considerato il più essenziale di tutti i livelli essenziali di assistenza”




