La riflessione della giurista e bioeticista calabrese al forum AI4peace: «Il genoma umano è una responsabilità condivisa verso le persone, la specie e le generazioni future. Come possiamo governare la nuova frontiera del genome editing?»
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Personalità scientifiche provenienti da diversi Paesi si sono confrontate per tre giorni ad AI4peace 2026, il Global biennial symposium & international conference on artificial intelligence for peace dedicato all'esplorazione del ruolo dell'intelligenza artificiale nella prevenzione dei conflitti, nella tutela dei diritti umani e nella promozione della pace. L'iniziativa è stata promossa dall'University for Peace (Upeace), in collaborazione con la Pontificia Accademia per la Vita e la Pontificia Università Lateranense.
Tra i temi affrontati a Roma anche il rapporto tra intelligenza artificiale, ricerca genetica e tutela della vita. L'IA sta entrando sempre più nella ricerca genetica attraverso l'analisi di grandi quantità di dati biologici, l'individuazione di correlazioni e la formulazione di previsioni che possono contribuire a orientare strategie di intervento sul genoma, quindi sulla vita nella sua essenza.
A intervenire sul tema è stata anche Luisa Infante, giurista e bioeticista calabrese, che ha posto al centro della propria riflessione la necessità di interrogarsi non soltanto sulle potenzialità della tecnologia, ma anche sulle modalità con cui governarne gli sviluppi. «La domanda centrale - afferma - diventa: come dobbiamo governare ciò che l'intelligenza artificiale potrebbe rendere possibile attraverso il genome editing, una delle più avanzate frontiere dell'ingegneria genetica?».
È da questa domanda che Infante sviluppa la riflessione sulla responsabilità bio-algoritmica, da lei proposta come nuova categoria interpretativa per affrontare la crescente complessità dei processi decisionali legati all'impiego dell'IA nel genome editing.
«L'algoritmo non è un soggetto morale né giuridico e non può sostituire la responsabilità umana», osserva Infante. Tuttavia, quando una decisione nasce dall'interazione tra ricercatori, istituzioni, sviluppatori, database e modelli predittivi, «diventa necessario ripensare la distribuzione delle responsabilità».
In questo quadro, un ruolo centrale assume la trasparenza algoritmica. «Quando l'IA contribuisce a orientare decisioni che riguardano il genoma, conoscere i dati, i criteri e i limiti del sistema diventa essenziale per garantire verificabilità e controllo», sostiene Infante.
La riflessione della giurista e bioeticista calabrese si estende quindi alla dimensione globale e alle conseguenze che un accesso diseguale alle tecnologie biomediche avanzate potrebbe produrre. Secondo Infante, accanto al digital divide potrebbe infatti emergere un nuovo genetic divide, trasformando le disuguaglianze tecnologiche in potenziali disuguaglianze biologiche tra Paesi.
Il rischio, osserva Infante, è che «la possibilità di intervenire sulla biologia umana diventi una prerogativa di pochi Paesi o di pochi sistemi sociali».
Da qui l'introduzione del tema del genoma umano come «non una proprietà collettiva, ma una responsabilità condivisa verso le persone, la specie umana e le generazioni future».
È su queste basi che Infante propone di costruire una governance globale del genome editing assistito dall'IA, anche attraverso un organismo internazionale di coordinamento e monitoraggio. L'obiettivo, spiega, sarebbe quello di promuovere «principi comuni, giustizia biologica e cooperazione scientifica», senza sostituirsi agli Stati e alle autorità competenti.

