Il criminologo catanzarese presenta “Odette”: «Da autore scrivo per esorcizzare le inquietudini, da criminologo studio il crimine per cercarne le cause»
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Criminologo, docente e scrittore, Salvatore Conaci è una delle voci più originali del panorama italiano del thriller psicologico. Nato a Catanzaro nel 1990, esperto di criminal profiling, ha saputo trasformare la conoscenza del comportamento criminale in uno strumento narrativo, dando vita a romanzi nei quali la suspense si intreccia con la psicologia dei personaggi e con una profonda riflessione sul confine tra bene e male.
Dopo l’esordio con Perle nere e il successo di Ordo Mortis, thriller esoterico ambientato in Calabria, Conaci ha conquistato un vasto pubblico con Cosa accadde davvero a Evie Benson (bookabook, 2021), rimasto per mesi nella classifica dei bestseller di Amazon. Un romanzo costruito su una trama avvincente, fatta di inganni, colpi di scena e sentimenti contrastanti, in cui il confine tra verità e menzogna si assottiglia fino a scomparire. Un successo che ha confermato la sua capacità di unire rigore criminologico e grande efficacia narrativa.
In occasione dell’uscita del suo nuovo lavoro editoriale, abbiamo incontrato Salvatore Conaci per parlare di scrittura, criminologia e del fascino, spesso inquietante, delle zone più oscure dell’animo umano.
Lei è criminologo e scrittore. Quanto si influenzano queste due anime nel suo lavoro? Quando costruisce una storia prevale lo studioso del comportamento criminale o il narratore?
Entrambi gli aspetti nascono da un mio profondo bisogno: capire il Male nelle cose umane, rintracciarvi un senso, rettificare il cortocircuito nelle emozioni degli uomini e delle donne che si smarriscono. L’eterno perché? che ci chiediamo fin da Caino, fin dal primo crimine dell’Umanità. La spaccatura nell’animo umano, l’ha chiamata lo sceneggiatore Michael Green. Se l’istanza originaria è la stessa, però, i fini sono differenti. Da criminologo, studio il crimine per cercarne le cause; da autore scrivo per esorcizzare le inquietudini. Più che influenzarsi, queste due anime convivono, alimentate dal me più inconscio e primitivo.
Dopo il grande successo di Cosa accadde davvero a Evie Benson, cosa ritroveranno i lettori nel suo nuovo romanzo e quali sono, invece, gli elementi di novità che ha voluto introdurre?
Ritroveranno l’eziologia, la ricerca quasi disperata delle cause. Uso le parole come attrezzi da archeologo, per scandagliare il visibile e l’invisibile nell’animo umano: credo che questo non cambierà mai. Penso che la novità possa essere rintracciata, invece, nelle dinamiche. Nella storia di Evie Benson la ricerca riguardava qualcosa che accadeva nell’immediato; in Odette, invece, i personaggi fanno i conti col passato. È un po’ la storia di ognuno di noi: il passato sembra sempre andato, finché non torna. No?
Nei suoi libri il male non è mai soltanto il frutto di un gesto criminale, ma nasce spesso da fragilità, paure, ossessioni e segreti. È questa, secondo lei, la chiave per comprendere anche i fenomeni criminali della realtà?
Siamo il frutto di ciò che abbiamo vissuto. Lo leggiamo in Il corpo accusa il colpo (2014) di Bessel van der Kolk: traumi complessi infantili alterano la capacità di autoregolazione emotiva. Ma prima ancora, nel 1993, Sampson e Laubebbero a scrivere che il comportamento criminale non nasce dal singolo momento dal sommarsi di svantaggi cumulativi nei momenti chiave della vita. Questo approccio è un pilastro della criminologia moderna, grazie al cielo. Un approccio a cui mi sento di dare credito. Nei miei romanzi traspare questa convinzione proprio perché trovo innegabile il peso, nell’oggi, delle nostre esperienze passate nelle fasi cruciali dello sviluppo personale. Vedrete, leggendo Odette…
Negli ultimi anni il true crime ha conquistato un pubblico enorme. Da criminologo, ritiene che questa attenzione possa aiutare a comprendere meglio il fenomeno criminale oppure esiste il rischio di trasformare il dolore delle vittime in spettacolo?
Trovo che creare (ma anche fruire) prodotti culturali sia una competenza, e questo vale per la letteratura, per la musica, anche per un programma TV o un podcast, certo. Senza le giuste competenze, senza gli strumenti umani giusti, tutto ciò che nasce per nutrirci e per farci crescere può diventare deleterio. Il true crime deve essere pensato, progettato e creato in un’ottica di didattica, di denuncia e di rispetto per le vittime, altrimenti diventa intrattenimento malsano. Perché il true crime sia uno strumento edificante, è necessario che vi siano le giuste competenze, le giuste skills professionali e umane, sia da parte dei creatori che da parte del pubblico. E a questo scopo un ruolo fondamentale potrebbe giocarlo la Scuola, che è la prima agenzia educativa subito dopo la famiglia.
Le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale stanno cambiando anche il mondo della criminologia e delle indagini. Quali opportunità offrono e quali rischi intravede per il futuro della ricerca della verità e dell’accertamento dei fatti?
Le nuove tecnologie e l’IA sono uno straordinario moltiplicatore di forze: nell’analisi dei Big Data, nel geographic profiling e nella ricostruzione 3D delle scene del crimine permettono di individuare in pochi minuti schemi comportamentali e correlazioni che prima richiedevano, magari, mesi di lavoro. Il rischio principale è la delega cieca alla tecnologia. L’algoritmo non comprende la psiche umana, soffre di bias legati ai dati del passato e rischia di spingerci verso la tentazione di considerare i suoi output come verità assolute. L’IA può calcolare con precisione il come e il dove, ma comprendere il perché del Male nell’essere umano rimarrà sempre un compito della mente e della coscienza umana.

