A Santa Caterina de’ Celani l'antico luogo di culto diventa pizzeria e panificio per condannati e giovani a rischio: l'azione pastorale del Vescovo di Napoli che unisce teologia e gesti concreti
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Don Mimmo Battaglia
Nella storia della fede non c'è conflitto tra l'aspirazione alla conoscenza e la rettitudine concreta dei piccoli gesti esemplificativi, che "testimoniano" la vita nel Bene. Il paradigma cristiano trova proprio in Gesù il suo riferimento primario. Da un lato, racconti evangelici brevissimi, come la pericope dell'adultera, motivano ancora l'inesausta e copiosa riflessione giuridica, filosofica, teologica. Dall'altro, le azioni più memorabili per l'umanità si dischiudono in una semplicità quasi incredibile: toccare i lebbrosi, accettare unzioni cosmetiche da peccatrici, dare attenzione a minoranze di allora esecrate e discriminate, come i samaritani.
Forse è proprio questa duplice carica, che fa stare unite essenzialità e profondità, a caratterizzare davvero chi chiamiamo "pastore".
Il Cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo metropolita di Napoli, esprime questa dualità mai antagonista con grande sollecitudine. L'ultima notizia, della scorsa settimana, è la prossima apertura di un laboratorio sociale (impasti, pizze, dolci) nella gloriosa cappella napoletana di Santa Caterina de' Celani, destinata altrimenti all'oblio se non all'incuria.
Lì detenuti con un residuo di penalità e condannati con una comminatoria fino ai sei anni potranno apprendere le arti della ristorazione, della torrefazione e del panificio. Mani sporche di farina, dice il Cardinale, non di sangue.
Il dialogo istituzionale e la restituzione degli spazi urbani
Primo elemento: un dialogo istituzionale effettivo e producente. "Don Mimmo" ha messo al tavolo – è il caso di dire – il sindaco, la magistratura di sorveglianza, gli uffici dell'esecuzione penale esterna e l'amministrazione penitenziaria. Protocollo d'intesa, chiosa il diritto amministrativo: e, cioè, intendimenti comuni, responsabilità istituzionali, intenti condivisi. Tavole rotonde senza frutto possono essere vane e vanesie. Azioni senza concertazione diventare effimere.
Secondo motivo di grande interesse, non solo simbolico: la cappella di Santa Caterina, in proprietà alla diocesi, è un bell'esempio dell'edilizia ecclesiastica napoletana. Il centro storico pullula di chiese piccole e grandi che esprimono epoche storiche e continuità devozionale, ma anche l'esigenza immediatamente pratica di assicurare gestione, organizzazione, operatività giornaliera. Si trova al vico Pallonetto a Santa Chiara, struggente angolo partenopeo immerso nella bellezza marinara e di quartiere, in una zona dove il crimine riesce sempre abilmente a proporsi come scappatoia, anche quando è lutto e violenza. La riappropriazione di giustizia passa dalla restituzione degli spazi urbani. Preferibilmente, dal loro attivo miglioramento.
I giovanissimi penalmente censiti e in condizioni di disagio non sono più il sottoproletariato marxiano, deplorato ma avvolto di un minimo retaggio romantico. Sono vite umane in movimento, che senza un tessuto dietro coeso e motivante diventano la base di reclutamento a costo zero o quasi del degrado e delle cosche. Ben venga, allora, questa "brigata Caterina", che lavorerà per togliere stigma sociale a chi ha sbagliato e base materiale a chi vuole far sbagliare gli altri.
Un impegno sociale concreto contro le retoriche
Non stupisce che in questo progetto ci sia la fattiva partecipazione di un uomo che si dedica al sociale, svicolando dalle retoriche. Battaglia arrivò a Napoli alla fine del 2020. Quando un lockdown era alle spalle, uno in corso e uno di là da venire. Periodo socialmente durissimo per una quota significativa della popolazione, tra accesso alla cura, distanziamento e tuttavia strenua preservazione della redditualità e, soprattutto, della socialità.
Tra l'aprile e l'ottobre di quest'anno, Domenico Battaglia ha messo faccia e intelligenza in un'altra battaglia spinosa. Dapprima, si è unito ai componenti della sua Conferenza episcopale regionale rigettando la proposta di istituire un Centro di permanenza temporanea per i rimpatri a Castel Volturno.
La stessa città, peraltro, dove nel 2008 una camorra stragista e prevaricatrice aveva consumato un massacro di migranti africani in una vecchia sartoria. Giovanissimi (altri giovanissimi!) che si trovavano al posto sbagliato, nel momento sbagliato, nel mezzo di un avvertimento di mafia: emblemi, con le loro salme, dello sfruttamento che su quelle comunità praticano, complici nei profitti, criminalità endogene e allogene.
E le parole di Battaglia furono e sono preziose: è lo strumento dei centri temporanei in sé la strada da dover superarsi a breve. Non-luoghi della vessazione che sottraggono alla vita civile chi vi è trattenuto e che non diffondono sicurezza sociale nelle popolazioni residenti.
Battaglia sembra, in ultima analisi, chi cerca di vivere e riesce a diffondere l'alto senso del suo motto episcopale: "Confide, surge, vocat te!".
Fatti coraggio, alzati, ti sta chiamando: gli astanti avvertono Bartimeo che Gesù lo sta effettivamente chiamando. Il mendicante cieco lo aveva invocato, il grido non è senza risposta. E il Cardinal Battaglia appare proprio quel testimone oculare che ci sprona. Solo alzandoci, si torna a vedere.
*docente Università Magna Graecia

