A livello nazionale la rete coinvolge un Comune su quattro, emergono criticità per le donne. Rosanna Rabuano (Libertà civili e Immigrazione Ministero dell’Interno): «Un'alleanza tra Stato, enti locali, terzo settore e comunità, che anche l'Europa ci prende a modello»
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Sono 1.991 i Comuni italiani coinvolti nella Rete Sai, pari al 25% del totale nazionale, nei quali risiede oltre la metà dell'intera popolazione del Paese. È il dato principale che emerge dal XXIV Rapporto annuale del Sistema di accoglienza e integrazione, presentato dal Servizio centrale Sai, affidato da Anci alla fondazione Cittalia. La rete conta complessivamente 867 progettualità, 732 enti locali titolari e circa 41.300 posti di accoglienza, distribuiti su oltre 7.500 strutture in tutto il territorio nazionale.
Un’analisi che riguarda da vicino anche la Calabria, dove la rete conta 114 progetti, distribuiti tra le cinque province: 52 a Cosenza, 29 a Reggio Calabria, 21 a Catanzaro, 7 a Crotone e 5 a Vibo Valentia.
Un sistema fatto di piccoli centri e appartamenti
Delle 7.571 strutture complessive a livello nazionale, 6.749 sono appartamenti, pari all'89,1% del totale: una soluzione che il Rapporto definisce «la soluzione migliore per la realizzazione del percorso di inclusione sociale». A sostenere la rete sono soprattutto i piccoli centri: l'80,1% dei Comuni coinvolti ha meno di 15mila abitanti, il 75,3% si trova in aree rurali e il 23,4% in aree interne. Aderisce al sistema anche il 93% dei Comuni con oltre 100mila abitanti. Sono circa 25mila le figure professionali quotidianamente impegnate nelle attività e nei servizi del Sai.
Crescono gli inserimenti lavorativi
Nel 2025 gli inserimenti lavorativi hanno riguardato il 33,8% della popolazione adulta accolta, un dato in netto aumento rispetto al 25,4% registrato nel 2022. Il Rapporto sottolinea come le attività di orientamento e mappatura del territorio risultino «indispensabili per definire i progetti personalizzati dei singoli beneficiari e le strategie territoriali». Nel corso dell'anno sono stati 19.302 i beneficiari usciti dal sistema, e gli inserimenti lavorativi «incidono per il 71,7% sul totale degli usciti dal Sai nel corso dell'anno».
Una popolazione giovane, boom di presenze dal Burkina Faso
Quasi il 90% dei beneficiari accolti nella rete ha meno di 40 anni. I minori accolti sono 14.829, di cui il 70,5% in famiglia e il restante 29,5% non accompagnati. Il Rapporto segnala una crescente «attenzione alle crisi umanitarie e ai conflitti in atto nel mondo»: nel 2025 i beneficiari provenienti dal Burkina Faso sono stati 4.104, pari al 7,4% degli accolti, passando in tre anni dalla diciassettesima alla terza posizione tra le nazionalità più rappresentate nella rete. Un Paese, ha ricordato la responsabile del Servizio centrale Sai, Virginia Costa, illustrando il rapporto, «oggetto di una crisi umanitaria importante».
Vulnerabilità femminile, un dato che preoccupa
Dal 2015 la presenza femminile nel Sai è in costante crescita, segnale di una «maggiore esposizione della popolazione femminile a condizioni di vulnerabilità e fragilità». Tra le ragazze accolte nei progetti per minori stranieri non accompagnati, l'11,5% risulta in stato di gravidanza e il «19,7% vittima di tratta o sospetta tale». Il Rapporto richiama la «complessità nella presa in carico» e l'«esigenza di approfondimento circa correlazioni tra la gravidanza con una violenza e/o con situazioni di sfruttamento».
Rabuano: «Un'alleanza tra Stato, enti locali e territorio»
Alla presentazione del Rapporto è intervenuta Rosanna Rabuano, capo del dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione del ministero dell'Interno, che ha rimarcato il valore dell'esperienza maturata negli anni: «È importante quest'alleanza che il Sai rappresenta tra lo Stato, gli enti locali, il terzo settore e le comunità, un rapporto quindi tra istituzioni centrali e territorio che ci vede protagonisti». Un riconoscimento, ha aggiunto, che arriva anche dal lavoro quotidiano degli operatori: «Grazie ovviamente al lavoro del Servizio Centrale di Cittalia e ai 25 mila operatori che riescono a lavorare quotidianamente con grande competenza e responsabilità, secondo questo concetto di responsabilità condivisa che in realtà anche l'Europa ci prende a modello».
Rabuano ha collegato il modello italiano al nuovo quadro normativo comunitario: «È un metodo che anche l'Europa ha riconosciuto fondamentale, quello della partnership interistituzionale, anche proprio nell'ambito dell'attuazione del Patto europeo per la migrazione e l'asilo che sta entrando in vigore in questi giorni». Ha poi sottolineato i progressi nei percorsi di autonomia: «Ho visto con piacere anche dalla lettura del rapporto che c'è un forte miglioramento della capacità di accompagnamento all'autonomia dei soggetti. È un dato veramente significativo e anche una crescita nel corso del tempo a cui abbiamo assistito». E ha concluso: «Continuare su questa strada è sicuramente importante. Il Sai rappresenta un'esperienza pluriennale, un'esperienza consolidata nel tempo, un'esperienza comunque strategica, integrata tra le varie responsabilità e un'esperienza di grande specializzazione».

