La consultazione elettorale del 29 novembre resta appesa al giudizio del Consiglio di Stato. Il professore ai microfoni di LaC: «Non prevede quorum, basta anche un solo elettore»
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«I cittadini calabresi hanno diritto a pronunciarsi su una modifica che riguarda lo Statuto regionale, così come prevede la Costituzione». Il professore ordinario di Diritto costituzionale dell’Umg, Andrea Lollo, non entra nel merito della questione politica sulla scelta della giunta regionale, guidata da Roberto Occhiuto, di modificare lo Statuto regionale e introdurre due sottosegretari, uno staff di quattro persone e due assessori in più. Da tecnico – e componente del pool legale per i sette consiglieri che si oppongono a questa modifica – difende un principio semplice: i calabresi hanno diritto di dire la loro sulla modifica dello Statuto regionale.
Ma procediamo con ordine. Nel corso di un’intervista dalla suite aeroportuale di Lamezia Terme del Network LaC, il professore ha fornito alcuni dati fondamentali per comprendere una questione che riguarda tutti i calabresi che potrebbero essere chiamati a votare al referendum indetto per il prossimo 29 novembre. Il condizionale è d’obbligo perché la partita legale “referendum sì-referendum no” al momento è al vaglio del Consiglio di Stato: l’udienza è prevista per il prossimo 15 ottobre.
Refendum senza quorum
Innanzitutto, cosa che forse non tutti sanno, il referendum è senza quorum. Così come è stato anche per il referendum costituzionale sulla riforma della magistratura sarà anche in questo caso. «Basterebbe paradossalmente anche la presenza di un solo elettore per decidere le sorti di questa legge, perché questo genere di referendum, che è un referendum di minoranza, di opposizione, non ha un quorum costitutivo, non prevede un quorum costitutivo», spiega Lollo.
Questo basta a mettere a tacere le voci di coloro che sostengono che per il referendum si spenderebbero sette milioni di euro che verrebbero sprecati se non si raggiungesse il quorum.
Un po’ di conti (in tasca ai calabresi)
E passiamo ai problemi pratici che, forse, interessano maggiormente, in tempi di ristrettezze, i calabresi. «I sottosegretari – dice Lollo – hanno funzioni sostanzialmente di coadiuvare il presidente della Regione, hanno diritto di partecipare alle sedute della giunta, pur senza diritto di voto, e possono essere destinatari di deleghe ad hoc». Non ci sono però solo i due sottosegretari.
«Chiaramente – spiega il docente – ogni sottosegretario avrà diritto ad una squadra, a dei collaboratori, che dovrebbero essere il numero di quattro, quindi con un appesantimento anche della struttura».
E questo avrà un costo.
«È stata stimata, seppur dati forse non propriamente ufficiali, una spesa di circa 950mila euro annui, considerando i due sottosegretari e la struttura che ciascun sottosegretario avrà a disposizione». Senza contare i due assessori «che potranno essere nominati e che avranno le identiche funzioni degli altri assessori».
E questi soldini chi li sgancia? «Allo stesso modo in cui si pagano gli assessori e le strutture degli assessori stessi, quindi con soldi della Regione e quindi con soldi dei calabresi».
Coloro che si oppongono al referendum, la Regione Calabria, la maggioranza in consiglio regionale e i sostenitori di Occhiuto, sostengono che il referendum comporterebbe un costo di circa sette milioni di euro.
«Questo è un argomento che io chiaramente non ho modo di quantificare – dice il professore Lollo – però è un argomento che ha speso la difesa della Regione Calabria dinanzi al Tar. Ha parlato di questa cifra. Io non entro nel merito, perché non ho elementi per confutare o meno questa spesa. Dico solo che, però, sette milioni, una tantum, per l'esercizio di uno strumento di democrazia partecipativa, non sono nemmeno paragonabili ai costi che potrebbe avere nel tempo questa spesa di 950mila euro. Quasi un milione l'anno, in sette anni siamo arrivati a sette milioni, ma i sottosegretari continueranno ad essere previsti anche per le successive consiliature».
Una questione costituzionale
Secondo il professore Andrea Lollo – che in sede legale rappresenta, insieme agli avvocati Paolo Falzea, e Antonio Ionà, i sette consiglieri che hanno chiesto il referendum (Ernesto Francesco Alecci, Elisabetta Maria Barbuto, Vincenzo Bruno, Francesco De Cicco, Giuseppe Falcomatà, Rosellina Madeo e Giuseppe Ranuccio) – la questione sull’ammissibilità del referendum rientra nel rispetto delle regole costituzionali.
«La questione in fondo qual è? – dice Lollo ai microfoni di LaC – Si è proceduto a una revisione dello Statuto. Lo Statuto, forse i colleghi costituzionalisti non tutti approveranno questa mia espressione, è una sorta di “mini-Costituzione” per ciascuna Regione, dove sono contenute le regole fondamentali, la forma di governo, il procedimento di approvazione delle leggi regionali. E come tale la Costituzione, l'articolo 123, prevede che tutte le modifiche statutarie possano essere effettuate soltanto nel rispetto di una procedura aggravata. Cioè una procedura, come spiego ai miei studenti, un po' più complessa rispetto alla procedura di approvazione delle leggi ordinarie. Una procedura che ricorda quella di revisione della Costituzione, di cui all'articolo 138, e che prevede una doppia deliberazione del Consiglio regionale e la possibilità che, entro tre mesi dalla pubblicazione della legge, venga chiesto e indetto un referendum simile a quello che è previsto dall'articolo 138 con cui si rimette sostanzialmente la decisione sulla revisione dello Statuto agli elettori, nella fattispecie ai calabresi».
L’iter giudiziario
Nel caso dei sottosegretari cos’è accaduto?
Che i sette consiglieri hanno chiesto l’indizione del referendum al Segretario generale della Regione. «Il Segretario – racconta il docente – avrebbe dovuto trasmettere gli atti al presidente della giunta per l'indizione del referendum. Non lo ha fatto, facendo applicazione di quella legge del 2025 che non prevede per le modifiche puntuali il referendum».
Tramite i propri avvocati i consiglieri hanno fatto ricorso all'Ufficio centrale regionale per il referendum presso la Corte d’Appello di Catanzaro. «L'Ufficio centrale per il referendum ci ha dato ragione – dice Lollo, inducendo quindi il Segretario generale a trasmettere gli atti al presidente della giunta per l'indizione del referendum, che è poi avvenuta con fissazione della data per il 29 novembre».
Nelle more, però, la Regione Calabria ha fatto ricorso al Tar contro la decisione dell’Ufficio centrale.
Il Tar ha replicato che questa non è materia del Tribunale amministrativo ma di un giudice ordinario.
A questo punto la Regione ha proposto appello al Consiglio di Stato e l’udienza è prevista per il 15 ottobre.
Al momento, quindi, in attesa che questo flipper giudiziario arrivi al punto la domanda è: si può fare o non si può fare il referendum?
«Esattamente. L'oggetto della nostra richiesta non è quella di cancellare o meno la legge che introduce la figura dei sottosegretari, ma è quella di rimettere, come è giusto che sia, come lo prevede la Costituzione, agli elettori calabresi la scelta se modificare o meno lo Statuto che in quanto “mini-Costituzione”, merita l'approvazione degli elettori calabresi».



