Il procuratore di Catanzaro richiama il ruolo della scuola e degli insegnanti nella lotta ai clan. E lancia un allarme: meno omicidi eclatanti non significano meno mafia, ma rischiano di abbassare la percezione della minaccia nella comunità
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«Noi possiamo celebrare centinaia di processi e portare alla sbarra centinaia di persone, ma l'azione repressiva e giudiziaria non sarà mai risolutiva nel contrasto alla mafia. Lo snodo essenziale passa attraverso due momenti fondamentali: una vera e propria rivolta nelle coscienze, e soprattutto un radicale rinnovamento culturale. Se non ci fosse alla base una problematica di ordine culturale, noi avremmo risolto il problema mafia gi da un pezzo». A dirlo, il procuratore di Catanzaro, Salvatore Curcio, nel suo intervento all'inaugurazione del Corso di Laurea magistrale interateneo in Scienze della Formazione primaria all'Università Magna Graecia. Secondo Curcio, «la narrazione delle mafie spesso è sterile, perché si limita molto spesso a una mera cronaca giudiziaria, senza affrontare il problema sociologico del perché questi fenomeni attecchiscano. Il lavoro degli insegnanti e la formazione dei formatori sono snodi essenziali per quel rinnovamento culturale che deve essere alla base del contrasto mafioso. La scuola rappresenta una delle funzioni più nobili della nostra società, eppure bisognerebbe raffrontare il valore che i diversi Stati riservano all'insegnamento e quante risorse vengono proiettate nella scuola».
«La vostra - sostiene rivolgendosi ai docenti presenti - è una vera e propria missione». Curcio poi evidenzia come «il contrasto alle mafie non può essere affidato esclusivamente alla repressione penale o alle forze di polizia giudiziaria, con un pericoloso procedimento di “astrazione mentale” per cui il problema riguarda solo “loro”. Oggi assistiamo a due cose preoccupanti. L'arretramento della percezione della minaccia mafiosa nella comunità, e parallelamente, e questo si contesta anche alla legislazione, una perimetrazione del problema 'ndrangheta nell'ambito della questione di ordine e sicurezza pubblica. Questo è favorito dal calo degli omicidi e delle azioni violente eclatanti, che porta all'errata illusione che il problema sia risolto o attenuato. Poi, com'è avvenuto di recente a Corigliano Rossano con l'omicidio della signora Sibarelli, poi ci svegliamo e capiamo che il nostro convincimento per cui il problema fosse risolto e' del tutto erroneo».
«E attenzione: questo arretramento nella percezione della minaccia mafiosa nella comunità - rimarca il procuratore di Catanzaro - è un pericoloso arretramento che vediamo anche nella legislazione, laddove c'è un tentativo di burocratizzare in maniera estrema l'azione investigativa, finendo inevitabilmente per nuocere all'incisività stessa delle attività di indagine».

