Li chiamano eroi, li elogiano in ogni manifestazione pubblica o salotto televisivo. Ma una volta chiusa la porta, com’è la vita di un testimone di giustizia, del familiare di una vittima di mafia che lotta per ottenere verità e giustizia?
«C’è una solitudine intima, personale, molto profonda, difficile da esplorare», spiega Vincenzo Chindamo, fratello di Maria Chindamo, imprenditrice di Laureana di Borrello rapita e uccisa il 6 maggio 2016 davanti a una sua proprietà di Limbadi, in contrada Carini.
Sono dieci anni che Vincenzo lotta perché si faccia luce, perché chi ha così brutalmente assassinato sua sorella – per poi distruggerne anche il corpo – venga consegnato alla giustizia.

Il processo e le indagini

Oggi c’è un processo in corso nei confronti di un allevatore di Limbadi, Salvatore Ascone, per concorso in omicidio. E otto persone, di recente, sono state iscritte nel registro degli indagati – in seguito ad accertamenti irripetibili disposti dalla Dda di Catanzaro ai Ris di Messina – con l’accusa di concorso in omicidio e distruzione di cadavere. Tra questi vi sono quattro familiari del defunto marito di Maria Chindamo, Ferinando Punturiero: Vincenzo Arceri, classe ’46, sposato con Isabella Punturiero, sorella di Ferdinando; Francesco Arceri, classe ’83, figlio di Vincenzo; Tommaso Biondo, classe ’60, sposato con Nadia Punturiero, sorella di Ferdinando; Antonino Biondo, classe ’97, figlio di Tommaso; Sasho Emilov Dimitrov, classe ’80, operaio di origine bulgara nella proprietà di Maria Chindamo; Giovanni Capone, operaio di Francesco Arceri; Georghe Lurenthiu Nicolae, classe ’80, operaio di Salvatore Ascone; Davide Errigo, classe ’94, secondo le informative dei carabinieri, dalle immagini di videosorveglianza la sua auto sarebbe passata più volte davanti casa di Maria il giorno della sua scomparsa.

«Posso percepire la solitudine di Denise»

La strada da percorrere è ancora lunga e la fiducia nella giustizia non cede, però… Come si vive da familiare di una persona uccisa dalla ‘ndrangheta o dalla parte di un testimone di giustizia che la ‘ndrangheta la combatte e la denuncia? Abbiamo chiesto anche questo a Vincenzo Chindamo nel corso di una lunga e bella intervista dalla suite aeroportuale di Lamezia Terme.
«C’è una solitudine intima, personale, molto profonda, difficile da esplorare», confida Vincenzo che ricorda anche il recente sfogo di Rocco Mangiardi, testimone di giustizia di Lamezia Terme che ha definito le vite dei testimoni, oggi, come «carne da macello», spesso lasciate nella solitudine come è accaduto, probabilmente, anche a Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, che si è tolta la vita a soli 35 anni.

Il messaggio, intimo e sincero, di Vincenzo Chindamo, è molto forte: «Tremo – dice – a pensare quello che Denise può aver provato perché, forse, un poco posso percepirla. E allora non creiamo delle vittime per metterle ad un angolo, non creiamo degli eroi per metterli ad un angolo.
L’esempio che riporta Vincenzo Chindamo, e che calza a pennello con la descrizione della solitudine dell’eroe, è quella di «occuparsi di chi sta annegando lasciando solo il soccorritore che magari è stanco e ha bisogno di aiuto pure lui».

Farsi comunità

Il segreto è farsi comunità: «Basterebbe forse (sembra poco invece è tutto), trasformare quel testimone di giustizia, il familiare di vittima di mafia, in un noi. Basterebbe questo per integrare nella società tutta quel senso di costituzione di parte civile. Non sono solo io a costituirmi parte civile, ma se lo decidiamo tutti di costituirci parte civile, in un dolore che non è più individuale ma diventa collettivo, così come la gioia, allora questo sarebbe l'inizio di una strada sia di consapevolezza che di battaglia verso chi vorrebbe creare degli eroi solo per isolarli».