Il professionista esprime il suo no: «Non è questo il solo né il principale problema della giustizia italiana»
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«Non sono un esperto di diritto ma da quando, son ora alcuni lustri, si passò dal sistema inquisitorio a quello accusatorio da cittadino ho pensato che la discesa del pubblico ministero dalla cattedra del tribunale non bastasse a garantire la terzietà del giudice rispetto a chi accusava e a chi difendeva». Lo scrive in una nota Lino Puzzonia che prende così posizione rispetto all’imminente referendum confermativo sulla riforma della separazione delle carriere dei magistrati.
«Questa posizione ho sostenuto da allora ritenendo che tuttavia non fosse né il solo né il principale problema della giustizia italiana. Pensavo e penso infatti che una norma sulla divisione delle carriere dovesse essere inserita in una riforma più ampia della giustizia tendente anche e specialmente alla maggiore rapidità dei procedimenti, quello penale ma anche quello civile perché è proprio la lentezza che, in molti casi, ne vanifica l’effetto.
Questo ministro, mediocre magistrato che in tutta la sua carriera ha cercato di inseguire in Veneto, dove agiva la più pericolosa cellula eversiva nera, una inesistente pista rossa la gioca invece come un “terno secco “perdipiù con una riforma degli organi di autogoverno della magistratura, un potere che è e deve restare indipendente dalla politica, semplicemente grottesca con la lotteria del CSM estratto a sorte.
Le sue dichiarazioni sono inoltre perfino maldestre quando richiede un “controllo” dei magistrati dicendo a chi si oppone che un domani potrebbe convenire anche a loro. Finisce qui il merito giuridico ma certamente ve ne è un altro di natura politica. Ed è qui che mi è venuto in mente il Primo Triunvirato. Per sette anni dal 60 al 53 a.C. Gneo Pompeo, Marco Licinio Crasso e Giulio Cesare, che praticamente andavano d’accordo su nulla, diedero vita a un patto segreto che consentiva loro di dominare la vita della languente Repubblica Romana.
Pompeo voleva la gloria militare, Crasso il denaro e Cesare il potere. Ognuno di loro superava le diversità per ottenere il proprio scopo. Finì in un bagno di sangue. In trentaduesimo mi sono venuti in mente i nostri attuali governanti. Tajani, con la Riforma della Giustizia, insegue la gloria della punizione di una categoria, i magistrati, rei di aver messo fuori gioco il proprio mentore e fondatore di Forza Italia; Salvini, con la Autonomia differenziata vuole sempre più ricca la propria base elettorale; e infine la ragazza della Garbatella vuole, con la Riforma del Premierato, il potere e la possibilità di stare per molto tempo tra i Grandi del mondo.
Non auguro a loro che finisca come per il Primo Triunvirato in un bagno di sangue ma poiché vi sono tante cose che li dividono e che li dividono dalla maggioranza del popolo italiano credo che il fallimento dei loro principali obiettivi possa fare bene all’Italia.
La Corte costituzionale ha, almeno per il momento, fermato Salvini, e questo fallimento mi pare abbia innescato una serie di mugugni nella Lega. Orbene se gli elettori riescono a fermare Tajani anche in Forza Italia potrebbe farsi strada l’idea che, senza nulla ottenere, stanno giocando solo per Giorgia Meloni.
La (o il) Presidente del Consiglio è stata abile a convogliare su di sé l’attenzione del Paese mentre tutti, compresi i suoi attuali comprimari, lavoravano per l’Italia nel governo Draghi ed è sicuramente una spregiudicata giocatrice d’azzardo tanto che più che neofascista potrebbe essere definita neo-mussoliniana ma non tutti i bluff riescono. Gli italiani allora questa volta devono andare a “vedere”. Il 22 e 23 Marzo votiamo NO NO e poi NO».

