L’installazione artistica e la video performance sono realizzate con il coinvolgimento del Lanificio Leo sotto la guida dell’ABA di Catanzaro e saranno ospitate in preview al Complesso monumentale San Giovanni del capoluogo a fine febbraio
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Un esercito di donne senza armi, ma con la forza della propria testimonianza. È il cuore di “Ruinate – un esercito di donne ribelli”, il nuovo progetto dell’artista visiva Elena Bellantoni, di origini calabresi, realizzato nell’ambito di Performing, progetto coordinato dall’Accademia di Belle Arti di Catanzaro e finanziato con risorse PNRR, sotto la curatela della docente Aba Simona Caramia.
L’opera prende forma a partire da luoghi simbolici della Calabria – dai calanchi del Crotonese alle grotte abbandonate di Zungri – scelti come teatro naturale di una narrazione che restituisce voce a storie di donne rimaste per decenni sepolte nelle carte dei processi di ’ndrangheta. Storie di emancipazione e ribellione che diventano manifesto attraverso abiti e mantelli “parlanti”, realizzati in collaborazione con il Lanificio Leo, azienda d’eccellenza del territorio, e con la docente Aba e designer Karisia Paponi.
In questi giorni è in corso la realizzazione degli abiti, elemento centrale del progetto e parte integrante del duplice output performativo dell’opera: un’installazione e un video.
«Ho lavorato per due anni su questo progetto, tra ricerche e approfondimenti sulle figure di cinque donne che compongono un vero e proprio “esercito” – spiega Elena Bellantoni –. Le loro storie sono protagoniste di un’installazione, che rappresenta il cuore dell’opera, e di un video che sarà girato nei calanchi del territorio crotonese».
L’installazione di “Ruinate” sarà ospitata a fine febbraio al Complesso monumentale San Giovanni di Catanzaro, mentre le riprese video si svolgeranno nei luoghi che hanno ispirato l’artista sin dall’infanzia: «Sono storie di emancipazione femminile ritrovate nelle carte dei processi di ’ndrangheta – racconta Bellantoni –. Storie di donne che si ribellano al patriarcato nella sua forma più radicata. “Ruinate” nasce da “ruine”, neologismo del lessico dantesco che richiama una spaccatura del terreno: un’immagine che descrive perfettamente i calanchi del Crotonese e le fratture sociali che queste donne hanno saputo aprire».
Un lavoro che è anche profondamente identitario: «Ho trascorso le mie estati proprio nei luoghi scelti per il progetto. Ne conservo ricordi vivi che rendono questo lavoro autobiografico, oltre che politico e culturale».
Con “Ruinate”, Performing continua a intrecciare arte contemporanea, memoria, territorio e processi produttivi, restituendo centralità a storie marginalizzate e rafforzando il dialogo tra ricerca artistica e identità calabrese.

