Il ginecologo di Catanzaro debutta con un libro fotografico sull’universo femminile, realizzato viaggiando: «In alcuni luoghi nascere donna significa lottare da subito». Tra immagini e storie, denuncia infibulazione e matrimoni precoci
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“Nascere donna” è il nuovo libro fotografico di Saverio Miceli, noto ginecologo di Catanzaro che per la prima volta s’affaccia al mondo letterario con un libro fotografico che parla dell’incontro tra le sue due passioni: la professione di ginecologo e la fotografia.
L’autore, per la realizzazione di questo libro ha viaggiato, possiamo dire, in giro per il mondo, cercando di fotografare i minimi dettagli del corpo femminile. Gioia, tristezza, rabbia e talvolta dolore.
Non mancano forti denunce per alcune pratiche ancora attuali in alcune regioni africane, come l’infibulazione e come l’annosa questione delle bambine promesse in sposa a chi, in realtà, anagraficamente potrebbe essere loro padre. Ecco le sue risposte alle nostre domande.
Dottore! Come nasce l’idea di questo libro?
«La realizzazione del mio libro fotografico “Nascere Donna” rappresenta, per me, la chiusura di un cerchio».
È il punto d’incontro tra due passioni che hanno accompagnato tutta la mia vita: la professione di ginecologo e quella per i viaggi e la fotografia. Quali sono stati i viaggi che l’hanno aiutata di più per la realizzazione di quest’opera?
«Le esperienze più significative che ho avuto sono state indubbiamente quelle vissute in India. Ho avuto l'opportunità di visitare questo paese in due distinte occasioni e lo considero una destinazione in cui ritornerei volentieri. Sebbene non sia una meta prettamente "turistica" nel senso convenzionale, la ricchezza cromatica, le atmosfere suggestive, i suoni caratteristici, le celebrazioni religiose e gli sguardi delle persone, in particolare dei bambini, lasciano un'impressione indelebile».
Possiamo dire che i suoi viaggi le hanno fatto anche capire cosa significa “nascere donna” nelle varie parti del mondo?
«È proprio questo l'interrogativo dal quale sono partito. Il racconto fotografico ha il suo incipit in una sala parto, quella di Catanzaro, un luogo che conosco bene, perché vi ho lavorato per quarant’anni. È qui che sbarca sul pianeta Terra la neonata, la nostra protagonista».
La sua vita comincia tra mani che la accolgono, strumenti che la proteggono, sguardi che la accompagnano nel primo respiro. Però se quella bambina fosse nata altrove?
«Se quella stessa nascita fosse avvenuta in una capanna Masai nel cuore della Tanzania, su un’isola lontana del Madagascar, in un villaggio dell’India, tra le montagne dell’Iran, in una casa di legno del Perù o in una metropoli della Cina… chissà quale destino l’avrebbe attesa».
Nascere nel posto giusto è un privilegio.
«Ci sono luoghi del mondo dove nascere non significa semplicemente cominciare a vivere, ma dover sopravvivere da subito. Dove il primo respiro di una bambina è accolto nel silenzio o nel peso che attraversa lo sguardo dei genitori. Tra le capanne del popolo Masai, in Tanzania e in Kenya, molte bambine portano nel corpo una ferita antica: l’infibulazione. Non è solo una pratica, ma una tradizione che sopravvive alla paura e all’ignoranza. Chi la subisce impara presto che il dolore può essere tramandato come un’eredità. Sempre in quei posti, oltre l’infibulazione, un altro grande problema è quello delle bambine-madri».
Sempre in quei posti, oltre l’infibulazione, un altro grande problema è quello delle bambine-madri.
«Ecco. Qui volevo arrivare. In alcune regioni dell’Africa, come il Madagascar, una bambina è spesso promessa in sposa fin da piccola. La sua infanzia dura pochi anni: poi diventa moglie, spesso di un uomo che potrebbe esserle padre e poi sarà subito dopo madre. Una madre-bambina, privata del diritto al gioco, all’infanzia, all’autodeterminazione. In India, nascere donna può essere considerato un errore del destino. Una figlia è vista come un debito, una dote da pagare, un nome che pesa sulla casa».
Nascere donna lo possiamo considerare come il suo esordio letterario. Sì, si tratta della mia prima esperienza.
«Desidero sottolineare che "Nascere Donna" è un'opera fotografica concepita con un testo essenziale: brevi introduzioni curate dall'editore Francesco Mazza di Cinesud, da Daniela Pietragalla, profonda conoscitrice dell'animo umano ed esperta di comunicazione non convenzionale, da Pino Bertelli, figura di spicco nel panorama fotografico italiano contemporaneo, e da Rossella Mulè, mia moglie, con cui ho costantemente condiviso questi percorsi. Anche la mia narrazione verbale è limitata a un quesito e a brevi riflessioni sul significato poliedrico di "Nascere Donna" in contesti geografici e culturali diversi dell'Africa, dell'America meridionale, del Medio Oriente, della Cina e del Giappone».
Ha preferito lasciare più spazio alla fotografia che al testo insomma.
«Esatto. La narrazione si sviluppa attraverso un flusso ininterrotto di immagini, volutamente prive di interruzioni e di descrizioni, che ritraggono donne di varie età nella loro quotidianità, per strada, nei mercati, durante feste e celebrazioni religiose. La forza narrativa è affidata all'espressività degli sguardi e dei sorrisi catturati in incontri fugaci, occasionali e irripetibili, senza alcuna posa».
È vero che è il suo debutto, ma la presentazione del libro ha riscosso successo in quel di Catanzaro.
«Devo confessare, sono rimasto commosso dalla partecipazione delle persone alla presentazione del libro. Più di 300 persone hanno presenziato con grande interesse e partecipazione, attratte dal tema e dalla presentazione avvenuta attraverso la proiezione di immagini e il mio racconto, in cui ho cercato di condividere le mie emozioni suscitate da quegli sguardi incontrati e da quelle mani protese nella richiesta di aiuto».
Allora le chiedo, in tutta onestà, perché comprare “nascere donna”?
«Sono molto orgoglioso di questo libro. "Nascere Donna" ritengo sia un libro fotografico sull'universo femminile adatto a tutti i generi e a tutte le età, da tenere sempre a portata di mano, da leggere e rileggere e, soprattutto, da sfogliare più volte. È un libro che non si limita a mostrare fotografie, ma invita ad ascoltare le storie silenziose che vivono negli sguardi. Un'opera che ci ricorda quanto sia potente, complessa e meravigliosa l'esperienza di "Nascere Donna"».
Più che un’ultima domanda, un’ultima curiosità. A chi dedica quest’opera?
«La mia dedica è a tutte le donne che hanno trasformato la vita in coraggio, la fragilità in forza e il silenzio in voce. Ma anche a quelle che non ce l'hanno fatta. Una signora al termine della presentazione si è avvicinata confessando amaramente di sentirsi proprio tra una di quelle che non ce l'avevano fatta. Nel farle la dedica l'ho incitata a non demordere. La vita ci offre fino all’ultimo opportunità inaspettate. Sta a noi coglierle».

