La Calabria come laboratorio di una nuova idea di futuro. È questa una delle prospettive emerse dal forum internazionale “Harmonic Innovation: Words of Hope for a Magnifica Humanitas”, promosso da Entopan tra Simeri Mare e l’Harmonic Innovation Hub Pitagora di Tiriolo, di prossima inaugurazione. Un confronto che ha portato in Calabria oltre duecento voci del mondo industriale, finanziario e accademico provenienti da Europa, America e Africa. 

Un dialogo ampio, nel quale si sono incontrati alcuni dei principali protagonisti dell’innovazione globale e rappresentanti delle istituzioni. Tra le realtà presenti Anthropic, Microsoft, Qualcomm, IBM, Cisco, Volkswagen, NXP Semiconductors, CNH Industrial, Malaga Tech Park, IFC-World Bank Group, Intesa Sanpaolo, Banca Etica, Azimut Libera Impresa, INPS, Confindustria, OCSE e UNDP. Al confronto hanno preso parte anche esponenti del Governo e delle istituzioni, dal vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani ai ministri Marina Elvira Calderone, Anna Maria Bernini e Adolfo Urso, fino al sottosegretario Alessio Butti e al presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto.

Al centro del forum, la necessità di interrogarsi non soltanto su ciò che l’intelligenza artificiale sarà in grado di fare, ma soprattutto su quale direzione l’uomo intenda imprimere al cambiamento tecnologico. Un tema che Francesco Cicione, presidente di Entopan, affronta guardando alla costruzione di un modello nel quale politica, impresa, ricerca e società civile possano convergere.

Dalla necessità di un’“alleanza” capace di governare l’innovazione alla centralità della persona, dall’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro fino al ruolo che la Calabria può giocare nello scenario globale: Cicione rilancia il paradigma dell’“innovazione armonica” e indica nella cultura e nella memoria storica del territorio non un elemento del passato, ma una possibile chiave per costruire il futuro.

Abbiamo incontrato il presidente Cicione per conoscere più nel dettaglio il suo pensiero e la sua visione.

Chi deve avere oggi la responsabilità di decidere la direzione dell'intelligenza artificiale: la politica, l'impresa, la comunità scientifica, la società civile, o serve una nuova forma di alleanza?

«La questione è complessa. E non è di facile soluzione, purtroppo. Perché si va progressivamente consolidando una pericolosa ed inedita saldatura tra potere politico, potere finanziario e potere tecnologico, sempre più concentrati nelle mani di poche persone che non a caso Papa Leone XIV ha definito “una manciata di tiranni”. Questa saldatura ha ristretto di moltissimo i margini di intervento. Non è accettabile che gli interessi di singole aziende dominino prevalgano sul bene pubblico. Ma è difficile, evitare che tutto ciò accada nell’attuale configurazione di sistema. Serve una alleanza, concordo. Tra le forze e le energie libere e positive della società globale. Che affranchi il futuro dalla duplice tirannia diversamente accelerazionista della tecno-destra-capitalista e della tecno-sinistra-statalista. La Magnifica Humanitas ha indicato la via. Tocca a noi essere conseguenti. L’innovazione armonica si propone come piattaforma concettuale, industriale ed operativa nella quale questa alleanza può stabilmente progredire. È lo spirito con cui lavoriamo da venticinque anni. È lo spirito con cui abbiamo promosso il Words of Hope Forum. È lo spirito con cui abbiamo lanciato l’Harmonic Innovation Global Alliance. I tre giorni trascorsi insieme a quasi duecento top stakeholder giunti ogni parte del mondo in rappresentanza di governi, istituzioni, centri di ricerca, imprese e fondi di investimento ci hanno confermato che è la via giusta.Gli ecosistemi per l'innovazione servono a questo: non una terza forza che si aggiunge alle altre, ma il luogo in cui politica, impresa, ricerca e società civile smettono di negoziare e cominciano a costruire insieme».

Quale idea di persona dovrebbe stare al centro dell'innovazione dei prossimi decenni? E come si traduce nell'espressione "etica by design"?

«La persona integrale custodita dalla tradizione del Magistero.

Invece l’attualità ci racconta una storia diversa. C'è una definizione implicita di uomo che tutti i campi del dibattito condividono senza mai discuterla: l'uomo come fascio di capacità. Un insieme di prestazioni – produrre, calcolare, prevedere, scrivere, decidere – che una macchina può replicare. Da quella premessa discende meccanicamente tutto il resto. Siamo difronte ad un tentativo di discontinuità e di sostituzione ontologica.

L'idea di persona che proponiamo, invece, è l'esatto contrario. È la persona che si riconosce creatura tra le creature. È la persona che riconosce la propria verità costitutiva. È la persona ad immagine e somiglianza di Dio.

Etica by design significa tradurre in architettura questa prospettiva. L'etica applicata a valle è un cerotto, è un argine insufficiente: interviene quando il sistema ha già deciso, e può solo correggerne gli esiti. L'etica by design sta a monte, nella struttura stessa del modello, e si dichiara. Perché il punto non è essere neutrali. Il punto è essere veri. Noi non chiediamo neutralità: chiediamo trasparenza della non-neutralità. Dichiariamo ciò che siamo. E proprio per questo possiamo e vogliamo entrare in dialogo con altre prospettive. È il principio su cui stiamo costruendo Colnissar, l’AI dell’Harmonic Innovation Ecosystem, prima human-first AI, che abbiamo presentato in anteprima a margine del forum nella sua versione pre-alpha. È stato bello assistere allo stupore di chi, interrogandola, pur in questo stadio molto embrionale, ha ricevuto risposte rare, non neutrali dal punto di vista morale. L’intuizione di lavorare per una AI etica by design ci pone sulla frontiera, come ci è stato riconosciuto dai principali player globali. Anche perché da questa intuizione sono discese concrete soluzioni epistemologiche, architetturali e infrastrutturali che rendono Colnissar un prodotto disruptive. E a chi ce ne chiede conto rispondiamo che un'intelligenza artificiale a fondamento dichiarato è più onesta, e persino più laica, di una che si proclama imparziale mentre ottimizza in silenzio ciò che qualcun altro ha deciso al posto nostro».

Brunetta ha evocato l'algoritmo come nuovo "direttore del personale". L'AI libererà il lavoro dalle attività ripetitive o costruirà una nuova subordinazione?

«L'immagine di Brunetta è suggestiva. Il rischio non è avere un “direttore del personale” peggiore. Il rischio è non avere più un interlocutore. Per due secoli il lavoro ha conquistato diritti trattando con qualcuno: si è contrattato tra uomini, si è scioperato tra uomini. Con una funzione non si tratta. E soprattutto contro una funzione non si sciopera. Una black box non ha volto, non ha intenzione, non ha sede legale nella coscienza di nessuno. Si prefigura una subordinazione senza volto. La più difficile da accettare e riconoscere. Alienata ed alienante in se. Perché si presenta come un fatto tecnico e non come un rapporto di forza. Che dissolve la dimensione vocazionale e mistagogica del lavoro. Per questo la trasparenza, da sola, non basta. Sapere come l'algoritmo decide serve a poco se non si può dire di no. Ciò che serve è la contestabilità: il diritto a una revisione umana, tracciabile. Di cui qualcuno possa assumere la piena responsabilità. Potremmo ridurre tutto questo a quattro domande: dopo che il sistema ha deciso, chi decide, chi può spiegare perché, chi risponde dell'errore, chi può cambiare idea. Se una sola risposta è "nessuno", non è innovazione: è abdicazione.

In questa cornice possiamo inquadrare la questione della nuova automazione. Che va aldilà della semplice riconfigurazione del mercato del lavoro. Nella storia sono progressivamente intervenute diverse forme di automazione. Ma quella con cui siamo chiamati a confrontarci è certamente la più inedita e pervasiva. Perché non sposta solo l’asse dall’uomo alla macchina. Ma dal naturale all’artificiale. E l’artificiale è oggi, forse, la più alta forma di schiavitù. Non mi riferisco alla sola intelligenza artificiale, quanto piuttosto alla società artificiale, la società dell’antropocene aumentato, approdo definitivo di un lungo cammino culturale che è passato per la società aperta, per la società liquida, per la società relativa ed infine per la società della post verità. Siamo chiamati ad essere veri. Siamo chiamati ad essere autentici. Nella verità e nell’autenticità ogni nuova forma diventa dono da accogliere, custodire, coltivare e far fruttificare. Senza verità ed autenticità ogni nuova forma diventa occasione di più grande smarrimento».

Che cosa ha la Calabria che altri territori, più forti e più avanzati, non hanno?

«Non un vantaggio competitivo. Un vantaggio anamnestico: la memoria viva e fattiva di ciò che altrove è stato colpevolmente dimenticato. La memoria di una tradizione umanistica e sapienziale. Che oggi è quanto mai necessarie e centrale nel dibattito globale. Le rivoluzioni del pensiero quasi mai nascono al centro, perché chi sta al centro non riesce a vedere la forma di ciò che abita: la scambia per l'ordine naturale delle cose. Ecco perché la Calabria non è periferia. È, insieme a tutto il Sud e a tutto il Mediterraneo, il luogo più antico di futuro che io conosca. Può parlare al mondo. Deve parlare al mondo. Oggi come ieri.

Ieri insegnò che l'armonia non è un sentimento ma una proporzione, e dunque una cosa misurabile. Oggi il nostro Harmonic Innovation Index calcola centocinque indicatori con la media armonica, che è pitagorica, e non per omaggio erudito ma perché è la sola media che penalizza gli squilibri invece di nasconderli. A Squillace, quindici secoli fa, mentre un impero finiva, Cassiodoro fondò un monastero e lo chiamò Vivarium: il luogo dove si tiene in vita. Buona parte del sapere antico è passata di lì. A San Giovanni in Fiore, Gioacchino pensò la storia come attesa di un'età nuova: Dante lo mise in Paradiso come «il calavrese abate Giovacchino, di spirito profetico dotato». A Cosenza, Telesio pretese di conoscere le cose iuxta propria principia, secondo i loro propri principi e non secondo l'autorità dei libri, e Bacone lo chiamò il primo degli uomini nuovi. Oggi il nostro Harmonic Innovation Ecosystem, con i suoi hub, la sua piattaforma digital, la sua intelligenza artificiale proprietaria, vuole svolgere una funzione analoga, per tenere in vita una visione sapiente ed umanistica dell’umano e del futuro.Quando lanciammo questa idea ci dissero visionari, e non sempre come complimento. Se oggi si viene qui da Nairobi, New York, Londra, Parigi, Madrid e Nuova Delhi, è perché questo territorio attrae capitali finanziari e relazionali grazie al suo capitale umano e storico-culturale».

Quando parla di cultura, a che cosa pensa esattamente? E come diventa una concreta politica dell'innovazione?

«Cultura viene da colere: coltivare, abitare, venerare. La stessa radice di culto e di colono. Non indica ciò che si sa, ma ciò che si è e di cui bisogna prendersi cura. E questo tiene insieme, senza scegliere, tutte le dimensioni che lei elencava: gli studi umanistici, la formazione, il pensiero critico, la spiritualità, la memoria dei luoghi. Il verbo che le unisce è discernere.

Quanto al tradurla in politica, il passaggio è meno vago di quanto sembri, perché la cultura di un'organizzazione coincide sempre con ciò che quell'organizzazione si ripropone di misurare. Profitto o bene comune generato? Tangibile o intangibile? Breve termine o lungo termine? Estrattività o generatività? Individualismo o comunità? Possesso o cura? Si tratta di andare all’origine nelle scelte fondative. Avendo il coraggio di fare scelte fondative. Nei fatti e non con le parole.

Una politica dell'innovazione che non dichiara quale uomo vuole, sta comunque producendo l'uomo che le sue metriche premiano. La tecnica risponde magnificamente alla domanda «come». Non può porre, però, la domanda «perché». Non è un suo difetto. Semplicemente non le appartiene. Una civiltà che perfeziona le risposte e disimpara le domande non progredisce. Si limita ad accelerare. E accelerare senza direzione ha un nome preciso, che è deriva. Ecco perché diciamo che non c'è vera innovazione senza vera cultura, e che l'innovazione non si fa: si è. Spirito, pensiero ed azione debbono camminare insieme. Non c’è azione senza pensiero. Non c’è pensiero senza spirito».

Ora che avete messo attorno allo stesso tavolo politica, imprese, ricerca, cultura e mondo religioso, qual è il passo successivo?

«Trasformare l'assemblea di questi giorni in una comunità stabile e fattiva che riconosce nell’innovazione armonica la piattaforma concettuale, industriale ed operativa attraverso la quale promuovere una visione buona del futuro, dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico. Uno strumento al servizio della prospettiva della Magnifica Humanitas. L’innovazione armonica ha offerto un orizzonte di convergenza non solo a movimenti e correnti di ispirazione cattolica come l’economia civile, l’economia di comunione o l’economia sociale, ma anche ad esperienze laiche diffuse che avvertono l’urgenza inespressa di contribuire ad un disegno sapiente di futuro. I lavori di questi giorni ci hanno detto che non è solo possibile: sta succedendo. Sembrava un sogno è diventato un segno. Un segno di speranza. Concreto, tangibile. Nel 1891 la Rerum Novarum produsse la nascita delle casse rurali, delle società di mutuo soccorso, delle cooperative, delle case operaie. Dopo Magnifica Humanitas le infrastrutture equivalenti hanno tre nomi: ecosistemi per l'innovazione, capitali finanziari pazienti, intelligenze artificiali a fondamento dichiarato. Un’enciclica diventa storia attraverso il lavoro concreto di chi ne assume la responsabilità. Per questo apriamo a tutti un luogo fisico e digitale — l'Hub Pitagora di Tiriolo e l'Harmonic Innovation Ecosystem — e per questo ogni tappa consegnerà alla successiva un documento di sintesi: San Francisco nella primavera del 2027, su un disegno sapiente di futuro; poi Castel Gandolfo, su un progetto libero e liberante. Il margine, il centro della potenza tecnologica, il cuore della Chiesa: in quest'ordine, che non è logistica ma tesi. In fondo al percorso c'è il Manifesto dell'Innovazione Armonica per la Magnifica Humanitas».