La testimonianza di Alexia: la sua battaglia per ottenere percorsi diagnostici adeguati e l'esenzione dal ticket a tutti gli stadi della patologia
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Arriva dal Crotonese quella che risulta a tutti gli effetti l’ennesima richiesta di aiuto alle autorità sanitarie calabresi. Questa volta a lanciare un grido di speranza è una giovane infermiera che da anni convive con quello che per molte donne è un vero e proprio incubo: l’endometriosi. Una patologia cronica e spesso invalidante che ha un impatto profondo sulla qualità della vita. Non solo il dolore fisico influisce negativamente sulla quotidianità di chi ne soffre, ma la patologia condiziona anche la sfera emotiva, le relazioni sociali, la vita professionale. «Mi chiamo Alexia , ho 28 anni, sono un'infermiera calabrese e convivo con l'endometriosi e l'adenomiosi. Solo un mese fa ho affrontato un intervento chirurgico, molto complesso, in un centro altamente specializzato fuori dalla Calabria. Ci sono andare dovuti perché nella mia regione strutture di questo livello, purtroppo, non esistono. L'endometriosi è una malattia infiammatoria cronica che colpisce circa una donna su dieci in età fertile. Non è una semplice "mestruazione dolorosa" - sottolinea - : può infiltrare organi e tessuti, provocare dolore cronico, infertilità, danni intestinali e urinari, compromettendo profondamente la qualità della vita. La diagnosi arriva mediamente dopo molti anni e, nel frattempo, la malattia avanza».
Esenzione solo per III e IV stadio
In Italia l' esenzione dal ticket è riconosciuta solo alle pazienti con stadi III e IV. Tuttavia, la classificazione clinica (sviluppata dall'American Society of Reproductive Medicine principalmente per la fertilità) descrive l'estensione anatomica delle lesioni, ma non fotografa il dolore reale o la gravità delle complicanze. «Io, ad esempio, sono classificata come "stadio II". Eppure, la mia realtà è stata drammatica – spiega Alexia -: un'estesa ondata di infiammazione e cicatrici interne stava mettendo a serio rischio i miei organi vitali. Le aderenze provocate dall'endometriosi hanno aggredito l'intestino, "incollandolo" alle pareti del bacino e causandomi subocclusioni intestinali costanti. Non solo: quelle stesse cicatrici stavano letteralmente intrappolando e deviando l'uretere sinistro, rischiando di spegnere la funzionalità del mio rene. I medici hanno dovuto asportare completamente anche i legamenti che sostengono l'utero. Questo dimostra quanto le classificazioni standard siano riduttive. Quando il mio fidanzato ha letto "secondo stadio", mi ha chiesto ingenuamente: "Ma allora chi è al terzo o quarto, muore?". La risposta è no: di endometriosi non si muore. Ma senza prevenzione e senza accesso alle cure si rischiano interventi devastanti, la perdita di funzionalità degli organi e una vita compromessa».
La petizione per cure accessibili a tutte
«Se non avessi avuto la possibilità economica di fare visite specialistiche a mie spese, oggi racconterei un'altra storia. È da questa consapevolezza che nasce la mia battaglia. Come infermiera incontro ogni giorno donne che convivono con questa malattia senza poter accedere a percorsi diagnostici adeguati . Molte rinunciano alle cure perché non possono permettersele. Per questo ho presentato una proposta formale alla Regione Calabria e ho avviato una raccolta firme per chiedere l'estensione dell'esenzione dal ticket a tutti gli stadi dell'endometriosi. Un sistema sanitario orientato alla prevenzione deve consentire alle donne di curarsi prima che sia troppo tardi. Voglio trasformare il mio dolore in un aiuto concreto. Nessuna donna dovrebbe vedere la propria malattia aggravarsi per ottenere un diritto fondamentale: il diritto di curarsi in tempo». Link petizione: https://c.org/fRN2xf52zw

