Tramite il racconto tramandato di generazione in generazione, un ingrediente oggi diffuso e rintracciabile in ogni credenza diventa l’occasione per comprendere la vita quotidiana dei piccoli comuni calabresi dove la povertà si intrecciava al sacrificio e alla straordinaria capacità di resistere.
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Il sale è un elemento prezioso. «Se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato?» diceva Gesù Cristo. Il governo italiano fece di tale insegnamento una questione strategica a livello economico, monopolizzando anche il sale, oltre ai tabacchi. Non a caso, nonostante il monopolio statale del sale sia stato abolito nel ‘75, ancora oggi sulle insegne delle tabaccherie si legge “SALE E TABACCHI”, due elementi distinti legati da una “e” che oramai svolge un’azione di congiunzione simbolica (e commemorativa), ma che in passato rappresentava l’unica fonte di acquisto di un bene indispensabile.
In Calabria vi sono 404 comuni. Ciascuno ha una certa individualità nelle radici, nelle tradizioni, nella lingua. Pochi chilometri separano paesini che conservano delle differenze linguistiche notevoli quando si tratta di parlare in dialetto. Lo stesso vale per i racconti delle abitudini passate: hanno degli elementi in comune, pur preservando una certa autonomia verticale. Il primo elemento che accomunava i paesini dell’entroterra calabrese era la povertà, da cui scaturiva una certa “arte dell’arrangiarsi” che chi è dotato dei comfort moderni può solo invidiare. Caterina, oggi 73enne e originaria di Stalettì, è troppo giovane per aver vissuto quanto le raccontava Teresa, nata nel 1907, suocera che l’ha accolta a Vallefiorita dopo aver sposato il figlio Pietro. Negli anni ‘60, Pietro era uno tra i primi (e tra i pochi) ad avere l’automobile nel paesino catanzarese. Una “Simmec” (SIMCA) 1000 del ‘61. Negli anni ‘70, le auto iniziavano a essere più diffuse anche a Vallefiorita. E se circolavano le auto, anche la viabilità necessitava di potenziamenti. Ma qui siamo già troppo avanti rispetto allo scenario che si prospettava negli anni Venti/Trenta. «I più fortunati avevano ‘a ciuccia» dice Caterina portandoci indietro di più di un secolo e iniziando il racconto con «’a mamma [la suocera] ni cuntava…” una premessa che agli orecchi di chi ad oggi ha spento poche candeline risuona come un “C’era una volta” forse meno incantato, ma con più significato, pregno di autenticità.
«La gente altro non faceva che lavorare. I piccoli, fin dalla tenera età, venivano portati con sé in campagna. Era necessario che ciascuno contribuisse al lavoro. Senza lavoro, non si mangiava. Senza mangiare, non si campava. Le bocche da sfamare erano tante. Si mangiava tutti all’interno della stessa ‘coddara’ [un pentolone prevalentemente in rame], con le mani o scambiandosi le poche posate rustiche che si aveva a disposizione.» Si cercava di mangiare il più possibile prodotti ottenuti dalla propria fatica, tramite il raccolto o la caccia/allevamento, in modo da risparmiare il poco denaro a disposizione e impiegarlo per ciò che non poteva essere prodotto in proprio, come il sale.
Il sale era un elemento imprescindibile per diverse ragioni. In un tempo in cui il termine “elettrodomestico” doveva ancora essere coniato (la diffusione di tali apparecchi dovette aspettare il boom economico degli anni ‘50; anche più tardi nel Meridione), carne e verdure venivano conservati in luoghi freschi, i cosiddetti ‘catoja’ [il luogo domestico più vicino al moderno magazzino], e cosparsi di sale. Quest’ultimo, infatti, crea un ambiente in cui muffe e batteri non possono proliferare grazie alla sua capacità di “togliere l’acqua”.
Il sale, inoltre, era molto utile a rendere più gustose pietanze molto semplici che di per sé lasciavano a desiderare. E non solo: veniva addirittura usato contro i dolori ai denti, se acquistato a pezzi, e per curare le ferite. Caterina, quindi, si fa portavoce dei ricordi di Teresa (che ci ha lasciati nel ‘99) aggiungendo che spesso si andava a piedi da Vallefiorita a Polia a prendere il sale direttamente dalle saline. «C’erano le miniere del sale a Polia. ‘A mamma ci diceva che partivano di buon mattino e percorrevano a piedi la montagna. Non c’erano mica le strade asfaltate! Tutti sentieri tracciati dai passi degli uomini, tra i boschi. Bisognava fare molta attenzione a non beccare qualche animale selvatico. I più fortunati avevano ‘a ciuccia, ma la si usava perlopiù per trasportare la merce dotando l’asino del cosiddetto “mbastu cu ‘a sporta e u panaru” [una sorta di sella con dei recipienti spesso in vimini].»
Per comprendere l’enorme sforzo (e di conseguenza l’importanza del sale) bisogna tenere conto di due cose fondamentali:
1) Vallefiorita è in provincia di Catanzaro, mentre Polia appartiene al Vibonese;
2) Oggi, il tempo calcolato per spostarsi da una zona all’altra, con le auto moderne e percorrendo strade asfaltate, è di più di 40 minuti.
Al tempo, da Vallefiorita si percorrevano grosse e ripide salite, lasciandosi alle spalle “u Capu Cannala” (il Capo Canale, la zona più alta del comune, così chiamata perché da qui veniva distribuita l’acqua in tutto il paese), passando per le campagne e poi tra i fitti boschi (oggi località montana tutelata) e poi rifare tutto il percorso al contrario per assicurarsi il sale. Una volta ottenuto a un prezzo ridotto rispetto al ‘potifhinu’ (la tabaccheria), il sale veniva conservato a pezzo intero per una parte e l’altra macinata nel ‘mortàru’ e “pistatu” (sbattuto) con una pietra massiccia in modo da ridurlo in granelli.
E così, in ogni granello di sale che oggi aggiungiamo in maniera automatica, resta custodita la memoria silenziosa dei sacrifici che hanno dato maggiore sapore alla storia.


