Il commento del Consigliere Nazionale Forense sull'insediamento di Giuseppe Spadaro: una giustizia fatta di «equiprossimità» e umanità, che supera le distanze burocratiche. Dai ricordi personali alla sinergia tra toga e avvocatura: «Ora tocca a noi accompagnare questo cambiamento»
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Giuseppe Spadaro si è insediato alla guida del Tribunale di Catanzaro. E ha riportato in aula un’idea di giustizia che credevamo consegnata alla nostalgia: quella in cui magistratura e avvocatura tornano a guardarsi negli occhi. Il Presidente Spadaro parla come quei magistrati che ormai si incontrano quasi soltanto nei libri. Uno di questi libri lo scrisse, quasi un secolo fa, un avvocato: l’Elogio dei giudici scritto da un avvocato di Piero Calamandrei. Un avvocato che elogia i giudici: già il titolo è un manifesto, il rifiuto della contrapposizione come destino. Spadaro non ha citato Calamandrei, lo ha incarnato.
Sono le pagine che raccontano le toghe del passato: quelle che entravano in un ufficio e ne riscrivevano la storia, che diventavano autorità per carisma e non per grado. E lo diventavano dal basso, dall’umiltà, dalla riconoscenza verso chi le aveva precedute. A Catanzaro quei nomi hanno un suono preciso: Ferlaino, Antonio Baudi, Massimo Vecchio. Magistrati che non abbiamo dimenticato, perché hanno insegnato che la giurisdizione è, prima di tutto, una misura dell’uomo. Avevamo cominciato a crederli un genere letterario, una stagione chiusa. Spadaro ha ricordato a tutti che sono ancora una possibilità.
C’è una parola, nel suo intervento, che da sola vale l’intero discorso. Spadaro non ha rivendicato l’equidistanza, quella distanza fredda e un po’ altera dietro cui la magistratura troppo spesso si è protetta. Ha rivendicato l’equiprossimità: la stessa vicinanza a ciascuno. L’equidistanza colloca il giudice sopra e lontano; l’equiprossimità lo colloca accanto. È la distanza che separa una giustizia che si amministra da una giustizia che si serve. Ed è, parola per parola, ciò che Calamandrei aveva consegnato ai posteri come la verità ultima del mestiere: «il segreto della giustizia sta in una sempre maggior umanità e in una sempre maggiore vicinanza umana tra avvocati e giudici nella lotta contro il dolore». Spadaro ha avuto il coraggio, raro, di dirlo da Presidente.
Da qui l’appello: Gli avvocati, ha detto, non sono avversari. Parole semplici, che in un tempo di contrapposizioni divenute costume pesano come pietre. Il Presidente Spadaro ha chiesto che avvocatura e magistratura tornino a schierarsi dalla stessa parte.
E poi ha detto una cosa che nessun protocollo prevede, e che vale più di cento circolari. Rivolto all’avvocatura, ha lasciato un invito che sapeva di altri tempi: prima di scrivere, venite a parlare con me. Venite a parlare col Presidente. In quella frase c’è un intero modo di intendere la Giustizia e le funzioni. È l’idea romantica dell’avvocatura — quella fatta di rapporto, di fiducia, di dialogo — che si specchia nell’idea romantica della magistratura. Le due immagini che Calamandrei aveva tenuto insieme in un solo libro, e che noi credevamo sbiadite, in Spadaro tornano a coincidere. Perché c’è un’avvocatura che non si misura sui codici, ma sugli uomini che l’hanno onorata. Spadaro lo sa, e ha voluto ricordare alcuni grandi Avvocati: da Nino Gimigliano, Aldo Paparo a Pino Iannello. Poi davanti a una platea istituzionale, ha ringraziato la moglie, presente in sala, con parole che erano un atto puro d’amore e non un dovere di circostanza: “…sei più bella di quello che vedo…”.
E ha consegnato alla giornata il suo passaggio più commovente. Ha ricordato Mariano Gennaro, magistrato al quale era legato da un vincolo profondo, e ne ha raccontato la fine drammatica: scomparso a soli trentasei anni, lasciando due figli. C’è un dolore, in quella memoria, che non chiede compassione ma spiega tutto. Spiega da dove venga quella sensibilità che Spadaro porta in aula, e perché non sia un vezzo caratteriale ma una cifra. Chi ha conosciuto da vicino la fragilità della vita sa che dietro ogni fascicolo non c’è una pratica, ma una persona; e sa che il conflitto tra avvocatura e magistratura non si supera con le circolari, ma con l’umanità. È da questa consapevolezza che si può ripartire.
E la giornata ha voluto chiudere il cerchio nel modo più tenero. Oggi una dei due figli di Mariano Gennaro, la dottoressa Teresa Lidia Gennaro, siede come giudice della Sezione penale nello stesso Tribunale che Spadaro andrà a presiedere. Non è una coincidenza da cronaca. È uno di quei cerchi che la storia, ogni tanto, si concede di chiudere.
Infine il padre. Un uomo che lavorava per la magistratura, nella polizia giudiziaria, e che teneva per mano un bambino attraversando Piazza Matteotti. «Vedi, Pino, qui lavora papà, per i giudici. Vorrei che un giorno diventassi uno di loro.» Quel bambino è diventato uno di loro. E non si è fermato: è diventato presidente del Tribunale della sua città. Il padre sognava un magistrato. Ha avuto un Presidente. E, se questo esordio dirà il vero, un presidente destinato a lasciare il segno.
A quel padre ha voluto avvicinarsi ancora una volta, con un abbraccio affettuoso all’ex commissario Caloiero, che al fianco di suo padre aveva lavorato tanti anni. Un abbraccio per sentire ancora vicino il papà, in questo giorno speciale — come se, attraverso quelle braccia, potesse tornare per un istante la mano che un tempo lo teneva stretto attraversando Piazza Matteotti.
Non si è insediato soltanto un magistrato. Si è insediata un’idea di giurisdizione che credevamo perduta: umana, sensibile, consapevole che dietro ogni fascicolo c’è una persona, e dietro ogni persona una storia. Calamandrei la mise per iscritto e la affidò al tempo. Spadaro l’ha rimessa in piedi, in un’aula. Catanzaro lo aspettava senza saperlo. Adesso tocca a noi, all’avvocatura per prima, non lasciarlo solo. Perché gli uomini così, quando arrivano, vanno accompagnati. Non applauditi e dimenticati.
*Avv. Antonello Talerico
Consigliere Nazionale Forense – Già Presidente Ordine Avvocati Catanzaro


