La festa di San Vitaliano, patrono della nostra diocesi, ci vede anche quest'anno riuniti per celebrare la liturgia in sua memoria e ispirarci al suo esempio di santità e al tempo stesso affidarci alla sua intercessione, perché siano tenute lontano da noi le minacce di catastrofi non solo naturali, ma anche morali che possono minare in modo devastante la vita e la missione della comunità cristiana e più in generale la nostra città, l’umanità intera: ecco il senso dell’attenzione e della presenza in questo momento di preghiera e di riflessione delle nostre autorità civili e militari, in primo luogo il Sindaco e i rappresentanti dell’amministrazione comunale che saluto e ringrazio.

Per come la Chiesa ha sempre riconosciuto i segni della santità nei credenti, per proporre al popolo di Dio testimoni credibili in aiuto al suo cammino, anche se la biografia di San Vitaliano non ci è pervenuta molto ricca di particolari biografici, sappiamo che possiamo rivolgerci a lui con fiducia, certi che San Vitaliano ci sarà di valido aiuto nell'accogliere con disponibilità la Parola di Dio e nel farci illuminare da essa nelle complesse circostanze in cui siamo chiamati a vivere.

Con il suo aiuto, quindi ascoltiamo la parola che il Vangelo ci offre in questa giornata di festa: si tratta di un brano di Matteo in cui Gesù, immediatamente dopo aver spiegato le beatitudini (Mt 5, 1-12), parla del modo di essere nel mondo e nella società di coloro che accolgono la sua parola e vivono secondo il suo messaggio. Ne parla con immagini molto significative: il sale e la luce. Gesù si rivolge ai discepoli, con un discorso diretto qualificandoli quali “sale della terra” e “luce del mondo”. E questi appellativi non hanno nulla di trionfalistico, né tanto meno possono ingenerare nei discepoli stessi presunzione od orgoglio, ma sono richiamo a una responsabilità quotidiana che non può essere disattesa.

I detti sul sale e sulla luce riguardano il rapporto dei discepoli con il mondo, la loro responsabilità nei confronti degli “uomini” (Mt 5,13.16). Dunque, dietro il riferimento alla “terra”, cioè all’umanità che vive sulla terra, e al “mondo”, cioè agli abitanti del mondo, vi è implicitamente l’affermazione di ciò che l’umanità ha il diritto di aspettarsi dai credenti. Vi è un compito che solo i discepoli di Gesù possono adempiere e a questo compito non possono sottrarsi, pena il loro divenire insignificanti, il loro perdere sapore, come sale divenuto insipido, e il loro perdere forza irraggiante, come luce che non illumina più.

Dunque, pena il loro tradire se stessi e la loro vocazione. Le parole di Gesù possono pertanto essere applicate alla chiesa nella sua attività missionaria, quindi alla nostra Diocesi nei suoi rapporti con Dio e con la terra che è chiamata ad abitare: riguardano la modalità della presenza dei cristiani nel mondo. Di un sapore che faccia gustare una vita nuova e di una luce che finalmente faccia leggere in modo diverso la realtà in cui viviamo, ne ha grande bisogno il nostro tempo e in particolare la nostra terra.

Viviamo infatti una situazione che sembra dominata dall’avverbio “senza”: una scuola “senza” studenti (in calo crescente), una sanità “senza” medici (in fuga da condizioni di lavoro spesso usuranti), una politica “senza” cittadini (che rinunciano perfino al diritto-dovere di voto), una famiglia “senza” figli (per l’aumento esponenziale della denatalità), e quante volte parliamo anche di una Chiesa “senza” fedeli…. Per illuminare questo contesto, le parole di Gesù immettono il discepolo nella dinamica dell’ascolto che è accoglienza e condivisione, in quanto queste parole vogliono essere recepite e vogliono diventare prassi proprio in questo mondo, in questa società, che va accolta e ascoltata e vissuta con passione: il discepolo del Signore è chiamato a farlo, proprio condividendo in umiltà la sapienza del Vangelo e diffondendo la luce di Cristo.

Inoltre, al “voi siete il sale della terra” (Mt 5,13) e “voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14), che riguardano la relazione dei cristiani e della chiesa con il mondo, e che si trovano nei primi capitoli del Vangelo, corrisponde, per i rapporti intra-ecclesiali, il “voi siete tutti fratelli” che Gesù, ormai verso la fine del Vangelo, rivolge ancora ai discepoli (Mt 23,8). Ovvero, ciò che la chiesa diffonde nel mondo è semplicemente, ciò che essa è e vive al proprio interno: la sua luce è irradiazione di fraternità. La comunità cristiana può essere luce del mondo solo se vive la fraternità al proprio interno, cioè se vive la fattiva e faticosa carità: “infatti chi dice di essere nella luce e odia suo fratello è ancora nelle tenebre.

Chi ama suo fratello, rimane nella luce” (1Gv 2,9-10). La chiesa nel suo insieme è chiamata a essere luce: è la chiesa come comunione fraterna che risplende dell’amore di Cristo che illumina ogni essere umano e che offre a ciascuno la possibilità di entrare in quell’alleanza che è redenzione della solitudine. Così la Chiesa offre la propria testimonianza, un contributo fattivo perché questo mondo non sia più segnato dai “senza”, ma diventi invece una convivenza animata dai “con”: “con”gli altri, “con” fiducia, “con” speranza, “con” amore, “con” rispetto, “con” fraternità… Una sfida grande per la nostra Chiesa che dobbiamo accettare e impegnarci a vivere con la determinazione di un Santo forte e deciso nel seguire il Signore come il nostro San Vitaliano.

Le parole che il Signore ci dona in questo giorno di festa, mentre ci illuminano sulla grande missione a cui ci chiama il Signore in questo tempo, ci mostrano anche alcuni aspetti problematici che potrebbero rallentare il nostro cammino o farci cedere alla rassegnazione. Il Vangelo parla di scribi e farisei, mettendoci in guardia da pericolosi fenomeni di clericalismo, di protagonismo, di vanità, di ambizione e di ricerca di potere anche nelle nostre comunità: questo è un operare avendo come fine se stessi e questo non irradia alcuna luce, anzi, isterilisce le relazioni chiudendole invece di aprirle. Gesù, nel nostro testo evangelico, non chiede ai discepoli di fare le loro opere davanti agli uomini per essere visti da loro, ma chiede che risplenda la loro luce davanti agli uomini, cosicché chi vede l’operare dei cristiani sia condotto a dare gloria a Dio Padre, non ad applaudire i credenti.

Le due immagini, il sale e la luce, sono inoltre accomunate dalla possibilità del fallimento: il sale può divenire insipido, tradendo la sua funzione; la lampada può non illuminare, smentendo il suo senso. Ora, il sale è elemento che presenta molte funzionalità e significati. Qui però certamente esso è simbolo di sapienza. Si tratta di un sapere che aiuta a vivere, che è amico della vita. Che non si riduce a una dimensione intellettuale, ma che integra i sensi e le emozioni come fattori di una comprensione integrale di sé, degli altri e del reale. Ed è una sapienza che il cristiano vede illuminata e guidata dallo Spirito che ha animato il vivere di Gesù stesso.

Quanto all’immagine della luce, essa è applicata nell’Antico Testamento a Dio (Sal 27,1) e alla Torah (Sal 119,105) e dunque al popolo d’Israele che, istruito nella Torah e guidato dal volere di Dio, diviene “luce delle genti” (Is 42,6; 49,6). Nel Nuovo Testamento è riferita al Messia Gesù e si applica anche ai suoi discepoli in quanto partecipi della sua vita. Non essi, va ripetuto, sono la fonte della luce. Essi la possono riflettere a misura della loro fede e del loro amore per Gesù. Così si comprende come anche questa loro responsabilità possa fallire. Gesù esprime questa possibilità con l’immagine della lanterna che, se appesa al lucerniere, ovvero all’asticella che situata al centro della casa, illumina tutto l’interno della casa, ma che può anche essere nascosta e spenta dal moggio.

Sale che diventa insipido, lucerna che non illumina: immagini che convergono nel mettere severamente in guardia i discepoli e i cristiani tutti dalla possibilità di fallire la propria responsabilità di fede, di testimoniare la vita nuova del Vangelo. Allora diverrebbero insignificanti per gli uomini e questo sarebbe il peggiore giudizio in cui potrebbero incorrere.

L’essenziale è quindi accogliere la parola del Vangelo che ha plasmato la santità del vescovo Vitaliano e che, grazie alla fede, può prendere dimora nel credente e attraverso le opere diventare segno che rinvia al Padre che è nei cieli ed edifica la civiltà dell’amore. Cari fratelli e sorelle, il mondo ci chiede un impegno forte nel custodire questa speranza. Noi cristiani siamo chiamati a dare questo supplemento di ideali e di spiritualità. Ricordiamo: se Dio non costruisce una città, i suoi costruttori si affaticano invano. S. Vitaliano ci ricorda che, nel costruire la città, l’amore di Dio non è contro l’amore del prossimo, il pensiero del cielo non è la dimenticanza della terra, il tempo dato a Dio non è tempo tolto all’uomo.

Il “dove” della Chiesa è il “dove” del mondo. Perciò, la Chiesa non vuole riservarsi particolari spazi di potere, bensì è pronta a condividere impegni comuni, per alleviare sofferenze, sanare conflitti, difendere i deboli. Nella sua missione la Chiesa mette a servizio del bene comune tutte le sue risorse di spiritualità, di trascendenza, di umanità. Insieme, comunità ecclesiale e comunità civile, possiamo e dobbiamo trasmettere alle generazioni di domani, secondo l’insegnamento del Concilio e dei Sommi Pontefici che accompagnano il nostro cammino, ragioni di vita e di speranza (GS, 31). Che San Vitaliano, nostro Patrono, ci aiuti a scrivere pagine di speranza nella storia delle nostra città e seminare germi di futuro in tutti i nostri ambienti. Amen.