Il geologo commenta con soddisfazione e un pizzico di amarezza la sentenza che ha bocciato il suo licenziamento: «Stavo introducendo nuovi controlli per tagliare gli sprechi, per questo ho pagato un prezzo altissimo». Poi aggiunge: «Rifarei tutto, per legalità e sicurezza dei calabresi»
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A distanza di anni, arriva una sentenza che cambia la lettura di una vicenda rimasta a lungo sospesa tra polemiche e silenzi: il Tribunale del lavoro di Catanzaro dichiara illegittima la rimozione di Carlo Tansi dalla guida della Protezione civile calabrese. Un pronunciamento che non solo riscrive una delle pagine più controverse della gestione regionale, ma riaccende il dibattito su quanto accadde in quegli anni, quando – secondo lo stesso Tansi – il tentativo di scardinare equilibri consolidati gli costò l’allontanamento.
Nell’intervista rilasciata al network LaC, l’ex responsabile ripercorre quel periodo segnato da riforme radicali, forti resistenze e isolamento istituzionale, rivendicando oggi, alla luce della sentenza, la coerenza di scelte che – afferma – hanno avuto un prezzo personale altissimo.
Dopo anni di battaglie, il Tribunale del lavoro ha dichiarato illegittima la sua rimozione: cosa ha provato nel momento in cui ha letto la sentenza?
Ho provato una profonda emozione. Non è stata solo una soddisfazione personale: è stata la restituzione della verità dopo anni di silenzio e di sofferenza. Quella sentenza riconosce ufficialmente che la mia rimozione fu illegittima e mette fine a una ferita che mi porto dentro dal 2018.
Lei ha parlato della “più grave ingiustizia della sua vita”: in cosa è consistita, concretamente, questa ingiustizia sul piano umano e professionale?
È consistita nell’essere allontanato mentre stavo portando avanti una profonda riorganizzazione della Protezione Civile della Calabria, proprio nel momento in cui arrivavano riconoscimenti nazionali e internazionali per il lavoro svolto. Sul piano umano è stata un’umiliazione molto forte. Sul piano professionale è stato interrotto un progetto innovativo che stava rendendo la Protezione Civile calabrese un modello nazionale.
Quando arrivò alla guida della Protezione Civile calabrese, che situazione trovò davvero? Cosa non funzionava?
Ha riformato profondamente la Protezione Civile regionale trasformandola da ente caratterizzato da una evidente carenza organizzativa e gestionale a struttura tecnico-operativa altamente specializzata ed informatizzata e dotata di infrastrutture tecnologiche altamente affidabili anche in caso di grande evento calamitoso. C’erano privilegi consolidati, scarsa trasparenza nella gestione delle risorse e un sistema operativo non adeguato a una regione tra le più esposte d’Europa al rischio sismico e idrogeologico. Era necessario intervenire con decisione.
Lei ha avviato controlli, eliminato privilegi e denunciato irregolarità: queste scelte hanno provocato reazioni interne o esterne? Da chi?
Sì, hanno provocato reazioni molto forti. Quando si eliminano privilegi e si introducono controlli veri sull’uso delle risorse pubbliche, inevitabilmente si toccano equilibri consolidati. Le opposizioni arrivarono sia dall’interno della struttura sia da ambienti sindacali e politici che non condividevano quel percorso di cambiamento.
Alcune sue segnalazioni hanno contribuito ad aprire indagini e portato anche ad arresti: oggi, alla luce della sentenza, si sente in qualche modo “confermato” anche su quel fronte?
Quella sentenza non riguarda direttamente le indagini, ma certamente rafforza la credibilità del lavoro che stavo svolgendo. Io ho sempre agito nell’interesse esclusivo della legalità e della sicurezza dei cittadini.
Il tempo sta dimostrando che quella direzione era giusta. Secondo lei, la sua rimozione fu una decisione tecnica, burocratica o politica? E da cosa fu realmente determinata?
La sentenza stabilisce che fu illegittima. Questo è il dato più importante. Per il resto, è evidente che la mia azione di riorganizzazione aveva inciso su assetti consolidati e aveva generato forti resistenze. Chi prova a cambiare davvero le cose, soprattutto in settori delicati, spesso paga un prezzo.
Lei ha parlato di dolore e sofferenza: quanto ha inciso questa vicenda sulla sua vita privata e sul suo percorso umano e professionale?
Ha inciso moltissimo. Per mesi ho vissuto una condizione di grande amarezza personale, perché ero consapevole di aver lavorato con dedizione assoluta per migliorare un sistema fondamentale per la sicurezza dei calabresi. Ma non ho mai perso la fiducia nella giustizia.
Nel periodo alla guida della Protezione Civile lei subì anche minacce: si è mai sentito solo in quella fase?
Sì, ci sono stati momenti difficili. Ho ricevuto minacce molto serie, legate proprio alle decisioni adottate per eliminare privilegi e irregolarità. Tuttavia ho sempre sentito la vicinanza di tanti cittadini e di chi crede davvero nelle istituzioni.
Questa vicenda cosa dice oggi sul funzionamento delle istituzioni in Calabria, soprattutto nei settori più delicati come la gestione delle emergenze?
Dice che servono trasparenza, competenza e continuità amministrativa. La gestione delle emergenze non può essere terreno di scontro o di logiche diverse dall’interesse pubblico. Le strutture di protezione civile devono essere messe nelle condizioni di lavorare con autonomia tecnica e responsabilità.
Che messaggio vuole dare oggi ai cittadini calabresi dopo questa sentenza?
Il messaggio è semplice: la verità, anche quando tarda, arriva. E chi lavora con onestà e responsabilità per il bene pubblico alla fine viene riconosciuto. Io continuerò a lavorare per la sicurezza della Calabria, come ho sempre fatto. Ma continuerò a farlo da uomo di scienza, da geologo primo ricercatore del Cnr, dove da oltre 35 anni opero presso l’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica, una struttura di eccellenza internazionale, Centro di Competenza del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, presente in Calabria dal 1972. Un Istituto con ricercatori altamente specializzati che purtroppo viene troppo spesso ignorato dalla politica in una delle regioni più esposte al mondo ai rischi di alluvioni, frane, erosione costiera e terremoti.
Dopo questa riabilitazione giudiziaria, pensa a un ritorno in ruoli pubblici o politici?
La politica non mi interessa più, l’ho abbandonata da anni. Un anno della mia vita buttato a fare politica è stato più che sufficiente. Sull’onda dell’ingiustizia subita con la mia cacciata dalla guida della Protezione Civile, volevo fare qualcosa per la mia Terra, che amo con tutto il mio cuore, cercando di cambiarla con l’unico strumento che mi era rimasto dopo essere stato messo nell’angolo dal fuoco incrociato del sistema di potere politico-sindacale-amministrativo che avevo smantellato e che da anni condiziona profondamente il destino della Calabria. E all’epoca questo unico strumento era la politica. Ma non coi i partiti, ma con una lista civica che si chiamava Tesoro Calabria. E il suo simbolo era uno scrigno aperto che giace n fondo al mare con dentro la sagoma della Calabria, a simboleggiare che la nostra non è una Terra povera, è una Terra ricchissima che però non è stata valorizzata: un patrimonio straordinario di risorse naturali, culturali e umane che andava finalmente liberato e restituito ai calabresi. Il colore arancione del movimento richiamava l’energia civica, la partecipazione dal basso e la volontà di cambiamento, lontano anni luce dai colori delle ideologie e dei partiti. In sintesi, quel simbolo raccontava una visione precisa: la Calabria non doveva essere reinventata, doveva semplicemente essere messa nelle condizioni di esprimere il suo vero valore. Parlo al passato perché è acqua passata: il movimento civico Tesoro Calabria è stato definitivamente sciolto con un atto notarile… e quello scrigno continuerà a giacere in fondo al mare. Con me i Calabresi avevano avuto una concreta possibilità di cambiamento, perché avrei trasformato da Calabria da uomo Libero, senza cambiali da pagare. Come ho fatto per la Protezione Civile. Ma poi purtroppo la maggior parte di loro ha continuato a scegliere chi negli anni ha contribuito a rendere questa regione sempre più fragile e sempre più ultima nelle classifiche europee dello sviluppo, arrivando a collocarla perfino dietro territori tradizionalmente considerati più deboli del continente, come la regione di Argirocastro (Gjirokastër), in Albania. È un destino amaro dal quale si sono sottratte le mie figlie, che oggi risiedono, lavorano e sono felicemente realizzate a Milano, dove hanno trovato lavoro esclusivamente per i loro meriti. La più giovane, a pochi giorni dalla laurea, ha inviato il suo curriculum a sette strutture diverse ricevendo immediatamente sette offerte di lavoro. Ha avuto solo l’imbarazzo della scelta, senza dover chiedere appoggi politici o sottostare a quelle logiche clientelari che troppo spesso condizionano il futuro dei giovani in Calabria. D’altronde mio nonno, Carlo Tansi come me, era nato nel 1899 a Paullo, alle porte di Milano. In un certo senso, per loro è stato anche un ritorno alle origini. In questo momento la cosa più importante è che sia stata ristabilita la verità. Il mio impegno per la Calabria non è mai venuto meno e continuerà in qualunque forma possa essere utile ai cittadini. Continuerò a farlo, fino al pensionamento tra circa tre anni, da geologo ricercatore del Cnr. E poi chissà, magari raggiungerò con mia moglie le figlie a Milano. Probabilmente qualcuno tra i miei detrattori ne sarà contento. Ma io continuerò a dire ciò che penso, perché la Calabria non ha bisogno di silenzi né di persone accomodanti: ha bisogno di verità. E se qualcuno pensa di liberarsi di una voce libera che da anni denuncia sprechi, privilegi e quella malefica zona grigia che soffoca lo sviluppo di questa Terra, temo resterà deluso. Io resterò sempre dalla parte dei calabresi onesti.
Se potesse tornare indietro al 2018, rifarebbe tutto allo stesso modo?
Sì. Rifarei tutto allo stesso modo, perché ogni decisione presa era orientata alla legalità, alla trasparenza e alla sicurezza dei calabresi. E oggi una sentenza definitiva conferma che quella strada era quella giusta.


