A renderlo noto il consigliere del Consiglio Nazionale Forense. «Un atto di resa imposto dall’alto». Le risorse della sezione saranno destinate a cause più antiche
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«Un provvedimento della Corte d’Appello di Catanzaro fissa al 6 marzo 2030 il rinvio di una causa civile. Si rinvia al 6 marzo 2030». Lo si legge in una nota del consigliere del Consiglio Nazionale Forense per il distretto della Corte d’Appello di Catanzaro Antonello Talerico, nonché avvocato del foro di Catanzaro che rende noto il contenuto di un provvedimento della Corte d’Appello depositato il 9 giugno 2026.
«Un cittadino che ha proposto appello dovrà attendere fino a quella data per avere la prossima udienza, ed ovviamente anche a quella udienza nel 2030 la causa non verrà decisa poiché nel frattempo sarà cambiato anche il relatore ed il collegio giudicante, quindi ci sarà l’ennesimo rinvio a distanza di altri 3/4 anni almeno (nel frattempo saremo già nel 2034). Non per la sentenza, ma per sperare che la causa possa andare, magari, in decisione.
E pensare che la causa era iniziata nel 2013!» precisa ancora il legale che aggiunge «Quindi un rinvio a quattro non è una svista del giudice, è il giudice stesso a spiegarlo. Le risorse della sezione, fino al 30 giugno 2026, vanno destinate in via prioritaria ed esclusiva alle cause più antiche — quelle iscritte dal 2018 e ancora pendenti al 31 dicembre 2022 — in attuazione del piano straordinario di smaltimento previsto dal decreto-legge 8 agosto 2025, n. 117, oggi legge n. 148 del 2025. Chi non rientra in quella forbice non viene giudicato più tardi: viene messo in coda. Fino al 2030.
Qui sta il paradosso, e va detto con chiarezza. Quella normativa in forza della quale si giustifica un rinvio a 4 anni di distanza porta un titolo che è quasi una promessa: «misure urgenti in materia di giustizia». Nasce per ridurre la durata dei processi civili e centrare gli obiettivi del PNRR. Applicato a questa causa, produce l’esatto contrario: un rinvio di quattro anni. La norma scritta per accorciare i tempi, calata nella realtà di una sezione oberata, li dilata.
C’è un dettaglio che da solo fotografa tutto. Lo stesso decreto, nell’articolo che ne disciplina la copertura finanziaria, mette in conto le proprie spese fino al 2035. Anno per anno: 2030, 2031, 2032 e oltre. Lo Stato, mentre invoca l’urgenza, certifica nel proprio bilancio che il problema durerà ancora un decennio. Sa di non farcela, e lo scrive.
Ogni gennaio, alle inaugurazioni dell’anno giudiziario, ascoltiamo le relazioni sull’arretrato che cala, sui target raggiunti, sulle performance che migliorano. Ma c’è un’altra verità, ed è questa: un atto ufficiale che dice al cittadino «tornate fra quattro anni». Tra le statistiche destinate a Bruxelles e la persona che aspetta una risposta, qualcosa non torna. Non è un’accusa ai magistrati. Lo dico da avvocato che ne conosce i carichi: lavorano, e spesso lavorano bene, in uffici con organici insufficienti e ruoli ingovernabili.
Il provvedimento di Catanzaro non è un atto di pigrizia. È un atto di resa amministrativa, imposto dall’alto. La responsabilità è di uno Stato che per troppi anni non ha investito nella giustizia, ha lasciato crescere l’arretrato come un debito sommerso, e oggi ne presenta il conto a cittadini, avvocati e magistrati insieme.
Il cittadino, però, non vive di statistiche. Ha diritto a una decisione in un tempo ragionevole.
Un diritto, non un favore. E quando per farlo valere occorre passare per la legge Pinto sull’equa riparazione — che proprio quel decreto del 2025 si premura di ritoccare — significa che lo Stato ha già messo in preventivo di doversi citare da solo, per i ritardi che esso stesso produce. Quattro anni di rinvio non sono più lentezza. Sono altro.
Nel frattempo le imprese chiudono, i testimoni vengono meno, i documenti perdono forza, le famiglie restano sospese in un limbo. Addirittura capita che le stesse parti che avevano iniziato un processo ne perdano interesse o peggio ancora passano a miglior vita. Una decisione giusta che arriva quando non serve più non è giustizia in ritardo: è giustizia negata con buone maniere.
Uno Stato che non garantisce una giustizia in tempi umani, come uno Stato che non garantisce cure tempestive, ha mancato il primo dei suoi compiti. Non servono slogan né nuove sigle. Servono magistrati, personale, investimenti, organizzazione e riforme che funzionino davvero, invece di spostare il problema qualche anno più in là.I cittadini non chiedono corsie privilegiate. Chiedono una cosa sola: che la giustizia arrivi finché è ancora giustizia. Il 6 marzo 2030, per molti di loro, sarà già troppo tardi».

