L’inchiesta della Procura di Catanzaro svela il sistema di violenze sistematiche all'interno del penitenziario di Siano. Dai 19 minuti dell'agonia del detenuto ucciso alle torture per «pulire il proprio sangue»: i retroscena di un gruppo che governava con il terrore
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L’omicidio di Antonio Pugliese, consumato il 7 luglio 2024 nel carcere "Ugo Caridi" di Catanzaro, non è stato un episodio isolato di violenza, ma la punta dell’iceberg di un sistema di «sostanziale egemonia» criminale imposto da un gruppo di detenuti. Il quadro disegnato nell’ordinanza di custodia cautelare delinea un quadro dove la forza bruta era lo strumento ordinario di gestione dei rapporti interni, applicato con una ferocia tale da indurre le vittime a una cronica omertà. In cima alla catena alimentare, secondo i pm della Procura di Catanzaro, sarebbe stato Cataldo De Luca, morto in carcere il 28 giugno 2026 qualche giorno dopo la formalizzazione delle accuse per il delitto Pugliese.
I 19 minuti della morte: la "firma" sulle scarpe EA7
La ricostruzione degli inquirenti fissa l'inizio della fine per Pugliese alle ore 18:18, quando entra nella cella 219 in apparenti buone condizioni. Ne uscirà solo alle 18:37, dopo un arco temporale di 19 minuti in cui si consuma l'aggressione mortale. Il movente è quasi surreale: Pugliese, in stato di ebbrezza (tasso alcolemico di 2,00 g/L), voleva recarsi in un'altra sezione per assistere a una rissa, ma al diniego di Cataldo De Luca lo avrebbe insultato chiamandolo «pisciaturu» e colpendolo con uno schiaffo.
La reazione di De Luca è descritta come una «furia incontrollata». Nelle intercettazioni, l'indagato ammette: «sto cornuto me l’ha... ma minata nu cazzottu e u schiattavi... nu pugnu ma minata... e setto otto ci l’hai minatu iu a idu». Pugliese viene calpestato mentre è a terra, riportando lesioni che i medici legali definiscono "a stampo": nove linee rosse parallele che gli inquirenti scopriranno essere la traccia esatta della suola di un paio di scarpe Armani EA7, poi ritrovate occultate con il Dna della vittima ancora presente.
La tortura psicologica: «Pulisci il tuo sangue»
Fin qui il tragico finale della storia. Il resto racconta di precedenti nei quali si manifesterebbe il dominio del gruppo composto da De Luca, Todorov, Malena, La Forgia e Molinaro (tutti raggiunti dall’ordinanza di custodia cautelare): nelle carte compaiono episodi di una crudeltà che andava oltre il pestaggio. Il 4 settembre 2024, le ambientali registrano un'aggressione brutale ai danni di Francesco Molinaro all'interno della cella 221.
De Luca, infastidito dalla volontà di Molinaro di riferire un episodio precedente, lo avrebbe ripetutamente con pugni e schiaffi. Il dettaglio che più ha colpito gli inquirenti è la gestione della violenza: De Luca alternava le percosse a brevi pause durante le quali costringeva la vittima, sanguinante e urlante per il pericolo di vita, a ripulire il proprio sangue dal pavimento. Anche in questo caso, Molinaro, seguendo la «prassi omertosa» del carcere, riferì inizialmente di essere "caduto in doccia".
Violenze sul campo da calcio e intimidazioni alla Polizia
Il gruppo non avrebbe temuto nemmeno l'intervento dell'autorità. Il 23 ottobre 2024, durante una partita di calcio, un contrasto di gioco è bastato a scatenare un'aggressione di gruppo contro un altro detenuto. De Luca lo avrebbe colpito con uno schiaffo, seguito da una scarica di calci e pugni da parte di altri detenuti mentre la vittima era a terra. In quell'occasione, la furia del gruppo si sarebbe abbattuta anche su un agente di Polizia Penitenziaria, intervenuto per sedare la rissa e colpito a sua volta. Le captazioni evidenziano che l'aggressione è stata giudicata dagli stessi autori come potenzialmente mortale.
La strategia del "pugno di farina" e il calcolo del carcere
Le intercettazioni mostrano, secondo l’accusa, come gli indagati gestissero le conseguenze giudiziarie con freddo pragmatismo. De Luca, sapendo di avere già una condanna definitiva a 25 anni, valutava apertamente di assumersi tutta la colpa («me l'accollavo») del delitto Pugliese per salvare gli altri, ipotizzando che con un «trentennale» avrebbe pagato solo pochi anni in più.
In una conversazione emblematica del 13 ottobre 2024, De Luca discute della situazione dicendo: «...come cade cade sto pugno di farina... se va male cade su di me perché è giusto così...». Una metafora che, per il gip, indica la consapevolezza della necessità di una gestione "interna" della vicenda, arrivando a minacciare di morte chiunque potesse parlare: «io a lui lo “crepo"... da oggi in poi tra me e te è guerra», ringhiava riferendosi a un possibile testimone.
L'inchiesta rivela che la morte di Pugliese è stata l'esito quasi inevitabile di un clima di «sistematica sopraffazione», dove la vita umana era subordinata ai fragili equilibri di potere e d'onore tra le sbarre.



