Ci sono storie che non si limitano a essere rappresentate, ma attraversano, con la potenza della voce, chi le ascolta. Parole che trafiggono e colpiscono al cuore per restare per sempre. “Puzzle, donne a pezzi” è una di queste. Un monologo che non si guarda soltanto, ma si sente sulla pelle, andato in scena al Teatro Comunale di Catanzaro, nel centro storico, nell’ambito della rassegna “Domenica d’Incanto”, confermando ancora una volta la forza del teatro quando si fa strumento di verità e consapevolezza.

Prodotto da Global Thinking Foundation, con la regia di Luigi Cilli e le musiche di Auro Zelli, in scena una straordinaria Stefania Pascali, attrice originaria di Catanzaro. Stefania e Luigi sono coppia solida anche nella vita e vivono e operano a San Salvo, in provincia di Chieti. E proprio in Abruzzo è stata in trasferta la compagnia capeggiata da Francesco Passafaro nelle scorse settimane, realizzando quello che proprio Stefania ha scherzosamente definito un “Erasmus teatrale”, preludio di tante interessanti ed entusiasmanti collaborazioni.

Lo spettacolo affronta il tema della violenza sulle donne entrando nelle sue pieghe più silenziose e meno visibili, quelle della violenza economica. Una forma di abuso che non lascia segni evidenti, ma che lentamente svuota, isola, priva di autonomia e dignità.
In scena – lo scorcio di un cimitero colorato – prende forma il viaggio di una donna che si muove tra memoria e dolore, tra ciò che è stato e ciò che non è mai stato detto. Un racconto che diventa specchio di tante vite, di tante storie rimaste sospese, trattenute, mai davvero condivise. Cristina, la protagonista, si reca al cimitero per far visita alla sorella Marta, nel giorno del suo quarantaquattresimo compleanno. Ma questa volta qualcosa cambia. Cristina porta con sé un segreto, un peso che non è mai riuscita a condividere. Un’urgenza che la spinge a restare più a lungo, a trovare il coraggio di dire ciò che fino a quel momento è rimasto inespresso. Lo spettacolo si rivolge in particolare alle donne, ma non si limita a loro. Parla anche agli uomini, con un linguaggio lontano dalla rabbia e più vicino a una riflessione profonda e sincera. Non è un atto d’accusa, ma un invito ad ascoltare, a comprendere, a riconoscere.

Ma è quando il sipario si apre alla realtà, quando il teatro incontra la vita, che la serata assume un significato ancora più profondo. Alla fine dello spettacolo, Stefania – che ha mosso i primi passi proprio con Francesco Passafaro nel grande laboratorio-scuola del maestro Nino Gemelli – rompe la distanza tra scena e pubblico e affida alle parole una verità personale, fragile e potente insieme: «Questo spettacolo non è importante soltanto da un punto di vista artistico, ma per quello che racconta. La violenza economica esiste, molto più diffusa di quanto pensiamo».Stefania condivide, come in una confessione che arriva senza filtri, che attraversa la sala e la rende partecipe, anche la gratitudine per la sua personale rinascita che coincide con questa nuova messa in scena di “Puzzle”.

Un passaggio semplice, ma carico di gratitudine e di amore, che restituisce il senso profondo di un percorso fatto non solo di dolore, ma anche di legami che tengono e che salvano. Accanto a questa dimensione intima, emerge con forza anche il valore del teatro come comunità. Il ringraziamento rivolto al Teatro Incanto diventa riconoscimento di un impegno quotidiano: fare cultura oggi significa resistere, investire, rischiare. Significa credere, ogni giorno, che uno spazio condiviso possa ancora generare incontro, crescita, consapevolezza. E poi la memoria, che non è mai nostalgia ma continuità. Il ricordo di Nino Gemelli, figura significativa per il teatro locale, e l’annuncio della messa in scena della sua ultima opera, “U sangu è sangu”, mercoledì 15 aprile alle 20.45, restituiscono il senso di una storia che non si interrompe, ma si rinnova, passando di voce in voce, di palco in palco. “Puzzle, donne a pezzi” resta così oltre lo spettacolo. È un racconto che scava, che invita a guardare dentro, che chiede ascolto. Ma soprattutto è un segno: la dimostrazione che anche dalle ferite più invisibili può nascere una parola nuova, capace di ricostruire, di restituire forza, di indicare una possibilità. Quella di ricominciare.