All’Hercules di Catanzaro l’anteprima del Teatro di Calabria Aroldo Tieri: sul palco tanti ragazzini per la riproposizione delle situazioni di vita degli anni ‘30 quando l’estrema miseria impediva persino di imparare a leggere e scrivere
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Ne abbiamo sentito parlare dai nostri nonni, ne abbiamo letto tante pagine dure e magnifiche; ma rivedere sul palco uno spaccato della vita calabrese di circa cento anni orsono fa molto, ma molto più effetto. “Tibi e Tascia, coso e cosa” di Saverio Strati, illuminato scrittore nostrano di S. Agata del Bianco (Reggio Calabria) è un libro irrinunciabile per chi cerca memorie storiche dei fatti di casa nostra.

La coraggiosa quanto riuscita trasposizione scenica, andata in anteprima nazionale al Teatro Hercules di Catanzaro, ha coinvolto completamente il pubblico selezionato di giornalisti e critici, oltre che le famiglie dei piccoli attori.
Si, perché l’azzardo visionario del Teatro di Calabria Aroldo Tieri, protagonista della piece, ha puntato sulla recitazione di tanti giovanissimi che hanno riportato fedelmente scene e sentimenti della Calabria anni ‘30, quella dove la diversità di genere era paurosamente segnata e, ahinoi, accettata come destino ineluttabile.
La storia di Tiberio e Teresa, piccoli e volitivi amici d’infanzia, ha messo in mostra la straordinaria verve di questi ragazzini, che oggi hanno già per la testa precisi progetti di vita; ma che sul palcoscenico hanno messo in mostra tutti i legacci imposti alla nostra gente dalla miseria e dalle restrizioni del tempo.

Le scuole erano aperte solo alle famiglie facoltose. Tra tutti gli altri bambini del popolo solo qualcuno, esclusivamente di sesso maschile, per attitudine e voglia di emergere riusciva a studiare, a prezzo comunque di grandissimi sacrifici personali ed affettivi; gli altri, soprattutto le altre, erano ‘condannati’ ad una condizione di vita limitata alle mansioni tipiche, domestiche o al massimo agricole. Oltre alla più crassa ignoranza.
Il punto di forza della messa in scena di Tibi e Tascia risiede proprio nei dialoghi: scambi semplici, diretti, tra battute in italiano ed in dialetto, ma capaci di restituire con straordinaria potenza la fotografia di un Sud dimenticato.
I bambini si interrogano su ciò che vedono — la fame, la fatica, la violenza, le ingiustizie — e lo fanno con un linguaggio che non conosce filtri. Le loro domande restano sospese nell’aria: perché nessuno interviene? Perché tanta diseguaglianza? Una riflessione che attraversa anche la scelta linguistica dello spettacolo: l’italiano e il dialetto si alternano, creando un dualismo simbolico tra rassegnazione e speranza, tra chi resta e chi prova a immaginare un altrove possibile.
La visione e gli strumenti

A guidare questo percorso è il direttore artistico Francesco Mazza, i lquale prima di aprire il sipario ha dedicato proprio ai 7 piccoli attori ed ai 3 ‘adulti’ del cast alcune righe intrise di inattesa commozione: «In otto mesi di preparazione avete tracciato con le vostre interpretazioni il percorso, avete percorso e condiviso un viaggio dal sapore antico e autentico. Avete fatto chilometri insieme ai vostri genitori per essere presenti alle prove con i sogni stretti al petto e la fiducia nel cuore». E ancora, con parole che risuonano come un monito: «I bambini hanno avuto la possibilità — ha aggiunto Mazza, noto operatore culturale cittadino oltre che imprenditore e precursore della fotografia e della videoproduzione professionale – di dire a noi grandi che abbiamo sbagliato».
Accanto a lui il contributo di un team artistico che ha costruito con sensibilità ogni dettaglio, provando per lunghi mesi nella pur affascinante scenografia naturale della biblioteca Chimirri di Catanzaro: la regia di Aldo Conforto, l’adattamento dei testi di Giusy Staropoli Calafati, la supervisione delle espressioni dialettali di Enzo Colacino, la collaborazione attenta di Anna Maria Corea. Le musiche originali di Francesca Prestia hanno accompagnato e amplificato le emozioni, lasciando un segno profondo anche nelle parole dell’artista: «Spero in futuro di poter cantare questa canzone dal vivo – ha commentato la Prestia – Questa storia mi coinvolge perché pensare che una bambina, solo perché femmina, non abbia avuto la possibilità di scegliere un futuro migliore mi rattrista molto e mi preoccupa: ancora oggi, in alcuni contesti, accade».
Le scenografie di Antonio Pittelli restituiscono con essenzialità e forza il paesaggio umano e sociale, mentre il lavoro di Aurora Lupia (aiuto costumista) e Matteo Tedesco (luci) contribuisce a definire l’identità visiva della rappresentazione teatrale.
Lo spettacolo, allestito in autoproduzione, ha preso forma anche grazie al sostegno di Saverio Miceli, Massimo Poggi, Gino Noto, Bebi Crivaro e di Assipa Assicurazioni, oltre alla disponibilità dell’Amministrazione Provinciale che ha concesso gli spazi della Biblioteca.
Tibi e Tascia è un esperimento culturale che ha convinto per intensità e autenticità, raccogliendo applausi e consensi soprattutto per la sorprendente prova del giovanissimo cast.
Nuovo obiettivo

Ora si apre un nuovo scenario: portare questa storia oltre i confini del debutto, farla vivere ancora, consegnarla a un pubblico sempre più ampio. Perché quella di Tibi e Tascia è una storia radicata in un tempo e in un luogo precisi, ma capace di parlare a tutti, ovunque con l’idea che ci può essere rimedio all’indifferenza e all’ingiustizia.
Ed anche perchè le differenze di genere, in Calabria più che altrove, sono tutt’altro che superate.
Cast
Diego Pio Sellaro – Don Michelino; Giuseppe Procopio – Tibi; Ginevra Rotolo – Tascia; Ennio Franco Ranieri – Turi; Emma Cerullo – sorellina di Tascia; Nina Corapi – compagna di gioco; Giuseppe Guzzo – compagno di gioco; Rocco Andrea Nicosia – compagno di gioco; Gioia Turi – compagna di gioco; Lucia Cristofaro – mamma di Tibi; Gino Mariano Mazzotta – padre di Tascia e Ludovica Ammirato – madre di Tascia
(foto di scena di Valerio Gareri)


