Il sindacalista della Filcams Cgil Giuseppe Valentino affronta il problema dei contratti irregolari e del lavoro a termine e punta il dito contro la classe imprenditoriale: «Dove il turismo cresce, non crescono i salari»
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Lavoro irregolare e a termine, denunce poche e il timore di perdere occasioni professionali. È questo il contesto in cui operano gli stagionali, categoria di lavoratori particolarmente esposti allo sfruttamento e al lavoro nero. Il sindacalista della Filcams Cgil, Giuseppe Valentino, punta il dito anche contro la classe imprenditoriale: «Non sono realmente interessati a migliorare le condizioni di chi lavora. Anche dove il turismo cresce, non crescono i salari».
I social e l’incremento dei mezzi di comunicazione hanno ormai reso meno infrequenti le denunce pubbliche di casi di sfruttamento lavorativo. Gli stagionali restano le categorie più esposte e, in particolare, in Calabria nel settore turistico è diffusa la prassi del lavoro nero e sottopagato. Perché, secondo lei, si denuncia ancora poco?
«Non si denuncia perché si ha paura. Il settore turistico è caratterizzato in larghissima parte da contratti stagionali e a termine, spesso irregolari, soprattutto in Calabria. Questa condizione mantiene chi ha bisogno di lavorare in uno stato di precarietà e di ricatto continuo. Chi non si piega agli orari imposti, chi chiede le pause, chi si iscrive al sindacato, chi si ammala, chi denuncia viene cacciato. Punto. Oppure non viene richiamato nella stagione successiva. Si denuncia poco perché il ricatto è ancora più forte della tutela. Chi lavora nel turismo, soprattutto d’estate, sa che spesso quei due o tre mesi rappresentano l’unica fonte di reddito dell’anno. In territori nei quali le opportunità di lavoro sono limitate, denunciare significa rischiare di non lavorare più. I social e la comunicazione possono essere strumenti di denuncia, ma non sono spazi davvero liberi. Possono amplificare un problema e certamente, negli ultimi anni, è cresciuta la sensibilità verso i fenomeni di sfruttamento. Ma, nello stesso tempo, sono peggiorate le condizioni sociali ed economiche di chi lavora. Le imprese e i datori di lavoro controllano i profili personali dei dipendenti e, in alcuni casi, pretendono addirittura che siano gli stessi lavoratori a fare pubblicità all’azienda. Se un lavoratore parla male dell’impresa o denuncia sui social le condizioni del proprio luogo di lavoro, può essere sottoposto a un procedimento disciplinare e può anche essere licenziato. Non è detto che quel licenziamento sia legittimo, ma nel frattempo quella persona perde lo stipendio e deve affrontare una lunga vertenza per ottenere, magari dopo anni, un risarcimento. È quello che accade e che spesso la comunicazione non racconta: chi dovrebbe parlare ha paura e chi potrebbe farlo, molte volte, non lo fa. Chi ha responsabilità pubbliche e di governo usa invece gli strumenti di comunicazione per aumentare il proprio consenso, per esaltare i numeri quando crescono, ignorando i problemi, e per denigrare chi quei problemi prova a raccontarli. Nel turismo i problemi si chiamano sfruttamento e precarietà. E chi governa, soprattutto in Calabria, non vuole sentirne parlare. Prendiamo il tema delle concessioni balneari. Si è scelto di stare dalla parte di chi arriva perfino a chiamare “pezzenti” cittadini e lavoratori. Sono anni che la Filcams CGIL chiede che le concessioni siano regolate da norme che tengano conto del rispetto dei contratti nazionali di lavoro, della sicurezza e dei diritti delle persone occupate. I social sono serviti anche a farci conoscere la posizione del sindaco di Bacoli. Mi auguro che altri sindaci, anche in Calabria, siano stimolati da un sentimento simile. Noi ci siamo e siamo pronti a fare accordi, a confrontarci e a mettere sul tavolo le nostre proposte per regolarizzare il settore e permettere a chi lavora di vivere dignitosamente nella propria terra».
Perché è difficile far passare il messaggio soprattutto tra gli imprenditori che il lavoro va pagato con un salario giusto? C’è al fondo un problema culturale o è anche una questione economica e di sopravvivenza per le aziende del settore?
«Intanto perché una parte dell’imprenditoria turistica è abituata a ricevere il sostegno della politica e di chi governa. Chi rappresenta il settore non sembra realmente interessato a migliorare le condizioni di chi lavora, perché lo sfruttamento è diffuso, è diventato una prassi: si fa così in larga parte del territorio calabrese, soprattutto nelle zone in cui cresce il numero dei turisti. Crescono i turisti, ma non cresce chi lavora. Non cresce economicamente, perché i salari restano bassi, e non cresce professionalmente, perché manca la formazione. Le imprese non sono disposte a investire per offrirla e la Regione Calabria non interviene strutturalmente, nonostante le nostre richieste. Anche alcune politiche attive del lavoro producono effetti disincentivanti. Da una parte si finanziano le assunzioni senza prevedere un centesimo per migliorare il salario di chi viene assunto; dall’altra, attraverso i tirocini regionali, si mette a disposizione delle aziende manodopera a basso costo. Poi esiste certamente una questione economica e, per alcune imprese, anche di sopravvivenza. È legata alla stagionalità, all’aumento dei costi e alla mancanza di servizi per chi fa impresa. Proprio per questo abbiamo chiesto alle associazioni datoriali e alla Regione di discutere dell’istituzione di una cassa per il turismo calabrese, capace di sostenere sia le imprese sia i lavoratori. Ma chi li ha visti? Le piccole aziende, che rappresentano la maggioranza e che sono spesso schiacciate da questo stesso sistema, dovrebbero pretendere molto di più da chi le rappresenta. Non possono però scegliere la strada più facile per sopravvivere sul mercato: sfruttare chi lavora e chi, spesso con una fatica enorme, permette all’azienda di restare aperta e garantisce l’intera stagione turistica. Il lavoro non può essere il costo sul quale si scaricano tutte le inefficienze del sistema. Se un’impresa riesce a sopravvivere soltanto pagando in nero, ricorrendo ai fuori busta o violando i contratti nazionali, non sta producendo sviluppo. Sta semplicemente trasferendo il proprio rischio economico sulle persone più deboli».
Il sindacato quali strumenti mette a disposizione per sostenere i lavoratori, soprattutto in fase di denuncia?
«La Filcams CGIL organizza ormai da anni una campagna specifica di comunicazione e informazione rivolta alle lavoratrici e ai lavoratori del turismo. “Non c’è turismo senza di noi” è lo slogan di quest’anno. È una chiamata alla partecipazione, alla coscienza e all’organizzazione di chi lavora. C’è chi è occupato nel settore per tutto l’anno, anche se rappresenta una parte minoritaria, e deve sapere che, quando ha un contratto regolare, ha diritto alla quattordicesima, alle ferie, ai permessi e, nei casi previsti, al pasto o all’alloggio. Può accedere a prestazioni di welfare, a bonus per sé e per la propria famiglia e a corsi di formazione gratuiti finanziati dagli enti bilaterali. Ci sono poi i lavoratori stagionali, che hanno diritti specifici. Tra questi il diritto di precedenza nell’assunzione per la stagione successiva, che però non è automatico e deve essere esercitato per iscritto. Hanno diritto alla Naspi alla fine del rapporto, quando ne ricorrono i requisiti, e hanno soprattutto il diritto di sapere quanto dovrebbero essere pagati per il lavoro che svolgono. La Filcams CGIL ha i propri sportelli territoriali e può contare sulla rete delle Camere del lavoro, largamente diffusa nei comuni calabresi. Attraverso le sedi, i social e i nostri canali di comunicazione raccogliamo denunce e segnalazioni. Accompagniamo i lavoratori lungo tutta la fase della denuncia: dall’accoglienza, che significa prima di tutto ascoltare una persona che ti sta affidando un problema, al contatto con l’azienda per chiedere un incontro; dalla segnalazione agli organi ispettivi e alle autorità competenti all’assistenza legale, fino al Tribunale del lavoro. Spesso, però, chi denuncia ha già terminato la stagione, si è dimesso oppure è stato licenziato. Per questo il nostro obiettivo principale non è soltanto recuperare il salario non pagato, ma organizzare i lavoratori dentro le aziende, cambiare le condizioni di lavoro e far rispettare i contratti. Dove il sindacato è presente, dove ci sono delegate e delegati, arginiamo lo sfruttamento e riusciamo a far rispettare maggiormente i diritti delle persone».
Immagino che soprattutto durante questo periodo i casi siano tanti, ma le chiedo di raccontarne uno che le è rimasto particolarmente impresso.
«Mi colpiscono le morti sulle strade, che aumentano durante l’alta stagione. Riguardano tanti giovani, ma anche tanti lavoratori costretti a spostarsi ogni giorno. Accade perché non puoi permetterti una casa vicino al luogo di lavoro, perché abbiamo trasformato le città turistiche in piccoli feudi, inaccessibili alle persone comuni e sempre più esclusivi per chi può permetterseli. Tra le tante storie che ho ascoltato in questi anni, mi ha colpito in maniera particolare quella di una donna che lavorava in un villaggio turistico come addetta alle pulizie. Oltre alle irregolarità contrattuali e alle condizioni di lavoro precarie, la direzione pretendeva che lei e le colleghe si presentassero al lavoro con i capelli disordinati e con le mani non curate, perché si notasse la differenza di condizione sociale tra le inservienti e i vacanzieri, ospiti del villaggio. Questa cosa riguarda l’essenza stessa della mancanza di umanità nel lavoro. È la pretesa di una condizione di schiavitù normalizzata. Non bastava possedere il loro tempo, stabilire i loro orari e sfruttarne la fatica. Si pretendeva di possedere perfino il corpo di chi lavorava, di decidere quale aspetto dovesse avere e quale posto dovesse occupare davanti agli altri. Non era sufficiente che quelle donne pulissero le stanze. Dovevano anche apparire socialmente inferiori agli ospiti del villaggio».
Perché al Sud – a differenza di quanto avviene al nord – i lavori nei settori dell’accoglienza, della ristorazione o nei villaggi turistici sono percepiti come “lavoretti” che non richiedono particolari competenze o qualifiche e pertanto possono anche essere sottopagati?
«Intanto perché, da questo punto di vista, le politiche di settore si sono dimostrate inefficaci. In Calabria la grande maggioranza delle persone assunte nel turismo viene inquadrata come operaio, molto spesso ai livelli più bassi. Questo avviene anche perché il settore si regge in parte sul lavoro nero, sui part-time fittizi e sulle somme pagate fuori busta. Si sostiene perfino che convenga a entrambe le parti pagare meno tasse e utilizzare il contante. Nel turismo di denaro contante ne circola ancora molto. Non è un caso che il settore presenti anche un’elevata esposizione agli interessi criminali, all’evasione, all’intermediazione illecita e al controllo economico del territorio. Proprio per questo, in realtà, il lavoro nero non conviene affatto. Non conviene al lavoratore, che perde contributi, tutele, ferie, mensilità aggiuntive e pensione. Non conviene alle imprese sane, costrette a competere con chi abbatte illegalmente il costo del lavoro. E non conviene al territorio, perché crea un’economia opaca, debole e più facilmente penetrabile dalla criminalità. Eppure nessuno affronta seriamente questi temi quando ciò che conta è celebrare il successo della stagione e alimentare la propaganda. Per troppo tempo abbiamo raccontato il turismo come un settore fatto soltanto di sole, mare e ospitalità, dimenticando che dietro ogni servizio ci sono professionalità. Accogliere un ospite, gestire una sala, lavorare in cucina, rifare una camera, organizzare un ricevimento, parlare lingue straniere, utilizzare software gestionali, rispettare le norme sanitarie e di sicurezza: tutto questo richiede competenza, esperienza e formazione continua. Definirli “lavoretti” significa svalutare il lavoro di migliaia di persone e giustificare salari bassi. Significa svalutare il Sud e la sua straordinaria bellezza. La vera sfida della Calabria è uscire da questa impostazione. Se vogliamo un turismo competitivo, capace di attrarre visitatori e di convincerli a tornare, dobbiamo investire innanzitutto nella qualità del lavoro. Dobbiamo approfittare della crescita dei numeri per consolidare il settore e spostare la ricchezza che viene prodotta verso il miglioramento della qualità dell’offerta, dei servizi, delle imprese e della vita di chi ci lavora. Perché non c’è turismo senza lavoratrici e lavoratori. E non può esserci sviluppo se chi produce quella ricchezza continua a essere povero, precario e invisibile».


