C’è una parola che a Maida non si limita a stare scritta nei dizionari, ma respira, suda e scalda: condivisione. Non è un concetto astratto, ma un richiamo viscerale che tiene sveglia un'intera comunità, un filo invisibile che accorcia le distanze tra i corpi e le anime. È la bellezza di scoprirsi vicini, tanto fisicamente quanto sentimentalmente, nel nome di una tradizione che sfida i secoli.

Ogni anno, all’ombra dell’antico convento di Gesù e Maria, il tempo sembra fermarsi per fare spazio alla "Ciciarata". In questo 2026, l’appuntamento ha assunto un sapore ancora più atteso, celebrato il 7 aprile per rispettare il silenzio della Settimana Santa. Ma il cuore del rito rimane immutato: la rievocazione della carità di San Francesco di Paola, il Santo che fece dell’umiltà la sua più grande forza.

La scelta della pasta e ceci non è un caso, ma un simbolo. In passato, i legumi erano il "pane dei poveri", l'unica risorsa per chi non aveva nulla. I frati francescani dell’antico convento, seguendo l'esempio del loro fondatore, offrivano questo pasto caldo a chiunque bussasse alla loro porta. Oggi, la Ciciarata non è una semplice sagra, ma una liturgia della solidarietà: si mangia insieme per ricordare che nessuno deve essere lasciato indietro.

Il rito inizia nel cuore della notte, quando la statua di San Francesco raggiunge il vecchio convento dopo la processione. È in quel momento, allo scoccare della mezzanotte, che avviene il miracolo del fuoco: i volontari del "Comitato Ciciarata" accendono le "coddare", le grandi caldaie di rame, e iniziano una veglia d'amore che durerà fino all'alba. Quel fumo che sale verso il cielo non serve solo a cuocere i ceci, ma a bruciare l'indifferenza, unendo i presenti in un'attesa fatta di sguardi e sorrisi.

All’ora di pranzo, il piazzale si riempie di piatti, scodelle e storie. È un richiamo irresistibile anche per i tanti emigrati calabresi: uomini e donne che hanno attraversato il mondo, ma il cui cuore è rimasto orgogliosamente residente tra i vicoli di Maida. Davanti a quel pasto fumante, le gerarchie svaniscono e le disparità si azzerano.

Sotto lo sguardo degli alberi secolari, che silenziosi aggiungono un cerchio alla loro corteccia testimoniando il passare delle generazioni, la comunità si riscopre uguale. In questo angolo di Calabria, all'ombra del convento, si replica uno schema antico che non scade mai nella noia della ripetizione, perché ogni volta ci ricorda una verità suprema: davanti alla condivisione, ogni cuore ha lo stesso peso e ogni vita la stessa, immensa dignità.