Febbraio 2026. La Calabria ha subito duri colpi a causa del maltempo, ma si è risvegliata sotto una pioggia di coriandoli e un entusiasmo che profuma di rinascita. È un Carnevale che guarda al futuro, tecnologico e vibrante, capace di attirare migliaia di visitatori in una regione che ha deciso di scommettere forte sulle proprie tradizioni spettacolari. Ma mentre i carri allegorici sfilano e i droni riprendono dall’alto l’esplosione di colori, esiste un Carnevale più silenzioso, fatto di rime e gesti antichi, che sopravvive nel cuore di chi quel tempo lo ha vissuto davvero.

Per ritrovare quel battito, ci siamo seduti accanto a Rosina, 87 anni. Le mani segnate dal tempo provano a muoversi agili mentre parla, quasi a voler ricamare nell’aria i ricordi. La nostra conversazione avviene nella sua abitazione a Vallefiorita, in una penombra calda, interrotta solo dal vapore di un caffè e dallo sguardo vivace di chi ha visto il mondo cambiare, ma ne conserva gelosamente la radice.

«Tutto il paese era in festa nel periodo di Carnevale. Ogni vicolo, ogni “chjianu” diventava un palcoscenico. C’erano i commedianti che, dopo aver studiato per mesi, si riunivano nel punto più alto del paese e recitavano una farsa. Da qui, lo spettacolo diventava itinerante, toccando diversi punti del paese. Piccoli e adulti li seguivamo punto per punto, quasi come fosse una processione. Finito il primo spettacolo, iniziavano a scendere verso il resto del paese e noi dietro di loro. I più piccoli sgattaiolavano subito per beccarsi i posti con la visuale migliore. I commedianti interpretavano diversi ruoli indossando costumi appositi. Recitavano in rima, terminando sempre con delle battute goliardiche; a volte con senso triviale, ma senza essere troppo espliciti. O forse ero troppo piccola io per comprendere fino in fondo. Ma insomma, quello che ricordo io erano le grosse risate che ci facevano fare. Gli spettacoli erano di diverso tipo. Mi ricordo quando interpretarono Romeo e Giulietta... Qualche anno fa in tv c’era un film sulla loro storia; mi sembrava familiare ma non capivo il perché. Poi mi venne in mente lo spettacolo di Carnevale di tantissimi anni prima. Voi giovani magari la conoscete perché leggete i libri, ma io non sono nemmeno andata a scuola. Come potevo sapere che Romeo e Giulietta era una storia famosa?»

Se oggi il carnevale è sinonimo di festa in maschera - con carri, musica e coriandoli - lo dobbiamo alle sue origini veneziane. Il concetto alla base era il capovolgimento dei ruoli, in cui il padrone diventava servo, il servo padrone, il ricco era povero e viceversa. Era il momento in cui le convenzioni sociali si annullavano, prima di tornare a essere pii e devoti durante la Quaresima. Ma a Vallefiorita, nel periodo raccontato da Rosina (tra gli anni Quaranta/Cinquanta) era sinonimo di spettacolo, sì, ma non di sfarzo. Di sfumature, ma non di colori. Di costumi, ma non di maschere. Forse perché non si sentiva la necessità di ribaltare dei ruoli quando tutti, in linea di massima, erano poveri. C’era, tuttavia, un’usanza particolare riguardo alle maschere, che oggi potremmo assimilare ad Halloween, se vogliamo ricercare un’abitudine a noi più familiare.

«Le maschere noi non le indossavamo. Eravamo vestiti male tutto l’anno, con abiti stracciati e molto spesso anche scalzi. Non ci serviva conciarci peggio di così. Neppure i commedianti della farsa usavano indossarle. C’erano delle persone che le mettevano, ma andavano casa per casa. Sai, nonostante la povertà, Carnevale significava per noi cucina e condivisione. Preparavamo cose da mangiare come i muriniaddhi o le bracioline di patate, e aspettavamo che i bambini venissero a bussare per distribuirle.

Non solo: arrivavano anche degli uomini mascherati, molti dei quali interpretavano “a zita” (la fidanzata) indossando gli abiti delle mogli. Noi davamo loro da mangiare, insieme al vino, mentre cercavamo per tutto il tempo di capire chi fossero. Alla fine – che avessimo indovinato o meno – prima di andare via si levavano la maschera e se ne andavano, indossandola nuovamente. Carnevale era anche il periodo di uccisione del maiale. Tutta la settimana era scandita dai preparativi, dal momento di uccisione vera e propria, dal trasporto, della divisione delle carni. In genere, questo rito si consumava all’interno del periodo di Carnevale, perché dopo iniziava il tempo della “Corijisima “(Quaresima) e non mangiavamo carne. Beh, c’era chi la mangiava, però in linea di massima avevamo grande rispetto per il Signore.»

Rosina, con i suoi 87 anni e lo sguardo che ancora brilla di fronte al ricordo di Shakespeare recitato in rima vallefioritese, ci lascia in dono la lezione più importante: l'autenticità può essere rintracciata anche nel travestimento quando c’è comunità; l’importante è disfarsi delle (finte) maschere.