Non potevamo far finta di nulla. Non provarci neppure. Così abbiamo raggiunto Vena di Maida per tentare di toglierci una curiosità. Abbiamo afferrato il microfono di sempre, rosso e bianco, quello di LaC News24. E portato con noi una domanda, impaziente di essere evasa. Una di quelle che solitamente non escono di bocca per carenza di persone a cui rivolgerle. Volevamo capire cosa si nasconde dietro un viaggio così lungo, cosa resta intatto quando si cammina nel mondo per 103 anni e, soprattutto, cosa riesce a reggere all’urto del tempo senza frantumarsi.

Siamo andati così a cercare il signor Pasquale Grande che quell'età l'ha raggiunta pochi giorni fa portandola con sé con disinvoltura. Lo abbiamo fatto non per contare i suoi anni, ma per ascoltarli. La sua casa profuma ancora dell'eco di una festa recente. Ci sono fiori freschi che colorano le stanze e vassoi di pasticcini. Tracce felici del compleanno celebrato con l’abbraccio dei figli, degli amici e di una delegazione dell’amministrazione comunale di Maida. Pasquale ci accoglie in piedi, vestito con un decoro che commuove: la camicia impeccabile, la cravatta, il cappello calzato con precisione. Non è vanità. È una liturgia del rispetto, il modo in cui un uomo d'altri tempi dice al mondo che ogni giorno, anche il centotreesimo anno di inverni e primavere, merita l'abito buono.

Un'architettura d'amore che regge la famiglia

A guardarlo muoversi tra le pareti domestiche si comprende subito cosa resiste al tempo: l'amore dato e ricevuto. Pasquale è il centro di gravità di un’architettura immensa: sei figli – due maschi e quattro femmine –, dodici nipoti e quattordici pronipoti. «In famiglia è sempre presente, affettuoso, un punto di riferimento per tutti noi», sussurrano i parenti con gli occhi lucidi. Quella di Pasquale è stata una vita spesa a rincorrere la felicità per la propria famiglia e trascorsa a lavorare in campagna. Ha piegato la schiena sulla terra di Calabria, ne ha conosciuto la durezza e la generosità, diventando un pilastro non solo per la sua casa, ma per l'intera comunità di Vena. È la fatica nei campi, forse, ad avergli insegnato la pazienza di aspettare le stagioni, di non avere fretta.

La melodia della memoria che suona in Arbëria

Quando inizia a parlare, davanti ai nostri microfoni, la stanza si riempie della credibilità dei saggi, di quella purezza che appartiene solo alle persone corrette. I suoi occhi non tradiscono: sono limpidi, profondi, specchio di un’anima che ha attraversato anche le tempeste senza perdere la rotta. Pasquale ci racconta di una vita fatta di sacrifici immensi, di gioie improvvise e di dolori inevitabili. E lo fa alternando la lingua italiana al suono antico dell'arbëreshë, l'antica parlata ereditata dall'Albania nel piccolo borgo della provincia di Catanzaro. In quella lingua antica, che si eleva come una preghiera e un canto, Pasquale custodisce la memoria di un popolo. Le sue parole sembrano accarezzare la storia.

Ci svela, infine, la sua ricetta quotidiana, fatta di una straordinaria normalità: un bicchiere di vino a pranzo, un piccolo lusso a cui non rinuncia; una cena leggera, come a non voler disturbare la notte; una passeggiata al giorno intorno casa. Ed è in quel passo lento, fuori dalla porta, che si trova la risposta alla nostra domanda. Pasquale Grande esce ancora a camminare non per abitudine, ma per attraversare la vita guardandola dritta in faccia, in un confronto alla pari.