Matteo Salvini è andato di primo mattino, nel primo giorno di detenzione di Mario Roggero, a fargli visita in carcere.

Due sole considerazioni, che volutamente prescindono dalla discussione sul significato della sentenza con cui il gioielliere di Grinzane Cavour è stato condannato a poco meno di quindici anni di reclusione e al risarcimento di ottocentomila euro ai familiari dei due rapinatori uccisi, mentre un terzo rimase gravemente ferito.

È una sentenza che ha diviso il Paese. C’è chi la considera giusta e chi profondamente ingiusta; chi la ritiene rigorosamente conforme al diritto e chi vi legge un’impostazione politica o ideologica. È una discussione legittima. Ma non è questa la questione che mi interessa. Così come non è Roggero, trasformato da molti nel simbolo della legittima difesa dai criminali, il centro della mia riflessione.

Il punto è un altro. E ha un nome e un cognome: Matteo Salvini.

Da tempo il vicepresidente del Consiglio sembra muoversi come un battitore libero all’interno del Governo. Un giorno parla da ministro degli Esteri, un altro da ministro dell’Interno; poi da ministro dell’Economia, dell’Energia, dell’Istruzione, della Cultura o della Famiglia. Sul Ponte sullo Stretto assume perfino il ruolo di ideatore, progettista, ingegnere, direttore dei lavori e, quasi, amministratore unico dell’opera.

Naturalmente ogni ministro esercita le proprie funzioni. Ma Salvini sembra interpretare il proprio incarico senza riconoscere i limiti della responsabilità collegiale che caratterizza ogni governo parlamentare. E finisce così per sovrapporre continuamente il ruolo istituzionale a quello di leader della Lega, utilizzando il primo per rafforzare il secondo.

Questa modalità di agire ha già prodotto tensioni, soprattutto sul piano internazionale, creando più di un imbarazzo al Governo e alla stessa Presidenza del Consiglio. Ma la visita in carcere a Mario Roggero rappresenta qualcosa di diverso e, a mio giudizio, di più grave.

Salvini non è entrato in carcere come semplice cittadino. Né come parlamentare. Vi è entrato come vicepresidente del Consiglio della Repubblica.

Non si è recato a verificare le condizioni dell’istituto penitenziario. Non ha visitato il carcere per accertarsi della situazione dei detenuti. Non è andato neppure, semplicemente, a manifestare una doverosa solidarietà umana verso una persona che iniziava a scontare una pena.

La sua è apparsa, inevitabilmente, come un’iniziativa politica.

Una scelta che assume il significato di una contestazione della sentenza pronunciata da un tribunale della Repubblica e, indirettamente, dell’autorità della magistratura che quella sentenza ha emesso. Nello stesso tempo, essa propone una precisa concezione della legittima difesa e del rapporto tra cittadino, violenza e Stato.

È una posizione pienamente legittima per un dirigente di partito. Molto meno per chi ricopre una delle più alte cariche del Governo, perché le sue parole e i suoi gesti non appartengono più soltanto a lui: impegnano l’esecutivo del quale fa parte. E, indirettamente, l’intero popolo italiano.

Si obietterà che Salvini è anche un deputato e che, come tale, esercita liberamente le proprie prerogative politiche. È vero. Ma la sua libertà di iniziativa incontra un limite nella responsabilità istituzionale che deriva dall’essere vicepresidente del Consiglio. Un governo rappresenta la Repubblica, non il partito di appartenenza dei suoi ministri.

È proprio questo che mi preoccupa.

Passo dopo passo, corridoio dopo corridoio, decreto dopo decreto, si afferma un’idea della politica nella quale il confine tra propaganda e istituzioni diventa sempre più labile. Contemporaneamente il Parlamento viene progressivamente marginalizzato e la fisiologica separazione tra i poteri dello Stato viene sottoposta a una pressione continua.

La democrazia raramente si incrina attraverso un solo gesto. Più spesso si consuma lentamente, attraverso una successione di precedenti che finiscono per apparire normali.

È questo il rischio che vedo.

Se a tutto ciò si aggiungessero una legge elettorale ancora più distorsiva di quella vigente, il progressivo indebolimento del Parlamento, i ricorrenti attacchi al Capo dello Stato e la persistente fragilità di un’opposizione ancora divisa e incapace di costruire un’alternativa credibile, allora la qualità della nostra democrazia potrebbe davvero deteriorarsi.

Non in un giorno. Ma lentamente. Fino al punto di renderci conto, quasi senza accorgercene, che il Paese nel quale viviamo non è più quello che avevamo conosciuto e che speravamo, negli ultimi decenni, di rendere più maturo, più equilibrato e più giusto. La mia preoccupazione cresce. Purtroppo, anche la disaffezione della gente verso la politica nella quale pericolosamente cresce la diffidenza verso la Democrazia. Temo che Sergio Mattarella, il Presidente, già indotto in errore sul caso “ grazia a Minetti”, e quasi sempre lasciato solo nelle battaglie per la difesa della Costituzione, non ce la faccia a sopportare il peso crescente che grava sempre più sulla affaticata Democrazia italiana. É tempo che il popolo si svegli e gli dia una mano. Adesso, già domani sarebbe troppo tardi.

*già Consigliere comunale di Catanzaro