«Che guerra è quella in cui si fa finta di negoziare per evitarla mentre si prepara l’attacco più incisivo, nella sorpresa “più imprevedibile”?»
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Ma che pace è quella di chi di notte prepara la guerra e di giorno continua a sparare dopo aver lanciato missili di ogni genere e droni, piccoli e grandi? Che pace è quella di chi, invece che la diplomazia, sceglie il ring come campo di battaglia e, invece che le parole, le armi? Che pace è quella di chi, per non cercare le ragioni degli altri, ne inventa di sue? Che pace è quella per la quale si finge di chiudere una guerra per aprirne dieci? Che pace è quella che concede all’aggressore e al più forte il tempo lungo di ritirarsi dai campi di fuoco dopo averli bruciati tutti e aver rubato quelli che ancora gli mancano? Che pace è quella in cui chi fa la guerra su tutti i campi ed esercita la violenza dentro e fuori il proprio Paese e continuamente minaccia chi non lo segue in questa logica pretenderebbe il Premio Nobel per la pace e lusinga, promettendo premi, quanti lo assecondano in questa pretesa?
Sono le domande che mi sono più volte posto e che ho posto fino a qualche settimana fa, scrivendo, quasi imprecando e maledicendo, di certo intuendo, su ciò che era prevedibile e scontato. Io valgo poco, non sono un uomo di potere in alcun campo e non sono stato creduto né seguito, forse addirittura neppure letto. Ma uguale trattamento l’hanno ricevuto anche uomini grandi e i pochi più grandi tra questi. E, soprattutto, il più grande in assoluto: l’uomo vestito con una misera veste bianca, scomparso in povertà assoluta dieci mesi addietro. Portava il nome del Santo d’Assisi, il cristiano fervente che si batté per la pace quando il pianeta era pieno di guerre. Specialmente quelle in nome di due Dio, diversi e contrapposti. Esattamente come oggi. Gli stessi due di questi tempi. Neppure quel Santo è riuscito a fermare o a impedire le guerre. Sempre più forte il male, anche in quel tempo, che appare lontano, ora che il mondo celebra gli ottocento anni della morte. Sempre più forti egoismo e prepotenza, più forte ancora la cattiveria che li arma in quell’idea di morte che non si è fermata ancora. Neanche per riposare un poco.
Per farla riflettere anche sul “suo stesso interesse”: che, se uccide tutta la vita, impedendo ad essa di riprodursi e rinnovarsi, anche essa stessa, la morte e la sua cultura, morirebbero! Mi viene da compatire quanti, tra i governanti e i loro supporters, la sostengono oggi, nell’illusione che prendersi un pianeta bruciato sia accrescere la propria ricchezza e la propria potenza, pur restando solo ad autocelebrarsi. Stupidi costoro. Più stupidi della guerra. E del male. Queste le mie domande in queste mie considerazioni. Ieri. Ma che guerra è, mi domando e domando oggi, quella in cui non la si dichiara nemmeno? E dell’intenzione di muoverla non si informano né il proprio popolo né amici e alleati, che di quella guerra porteranno un peso e subiranno le conseguenze indirette, che non saranno mai leggere? Che guerra è quella in cui si costruiscono a tavolino, su pregiudizi e interessi, le ragioni per farla? Che guerra è quella in cui si fa finta di negoziare per evitarla mentre si prepara l’attacco più incisivo, nella sorpresa “più imprevedibile”? Che guerra è quella in cui si bombarda con precisione “geometrica” anche una scuola in cui studiano, nelle ore di lezione, centinaia di ragazze e ne muoiono più di duecento e le altre restano tutte ferite, gravemente? Che guerra è quella nella quale, per sconfiggere quei regimi dittatoriali, si tratta subito con i prescelti successori, che saranno uguali se non peggiori di chi è stato appena soppresso, pur di ricavare grandi profitti economici ancora su quelle regioni straricche di risorse? Che guerra è quella nella quale vengono distrutte intere città, con i palazzi e le case, le scuole e le università, le chiese e le moschee, le strade e le ferrovie, gli aeroporti e i campi sportivi, i campi della cultura e quelli di grano? E quelle nelle quali muoiono i bambini e vengono assassinate le donne che non potranno generarne altri?
Che guerra è quella nella quale il più forte si fa le leggi, viola quelle del proprio paese e il diritto internazionale, facendosi beffa delle autorità e degli organi interni e internazionali, in particolare quelli fatti nascere dagli Stati liberi per evitare le guerre, i soprusi, le prepotenze, gli egoismi e le manie di gigantismo che le muovono? E che guerra è quella (anche considerata, sempre da loro, la più giusta per difendere altri Paesi dalle minacce armate di questi) che fa più ricco il già ricco, più forte il potente, mentre tutti gli altri Paesi, anche amici e alleati, continueranno a pagare in solido i costi per difendersi preventivamente armandosi e, indirettamente, pagando il costo maggiorato delle materie prime di cui hanno bisogno per vivere, sia nella macroeconomia sia nelle piccole economie domestiche? E pagare anche il duro costo del terrorismo che riprenderà più forte e aggressivo, quando queste cosette saranno bell’e sistemate ? Che guerra è la guerra che ne moltiplica altre, che fa del Mediterraneo il mare incendiato e del golfo storico il laghetto dove annegheranno i Paesi che su di esso si affacciano? Che guerra è quella che da regionale diventerà mondiale e al termine della quale tutto sarà finito: la terra e la vita in essa? Ecco il punto di domanda che nessuno segna:“Che pace è questa che crea le guerre? E che guerra è questa che cancella la pace?
*già consigliere comunale di Catanzaro

