C’è un’aula, a Palermo, che non è soltanto un luogo fisico. È una pagina decisiva della storia repubblicana. È l’aula bunker dell’Ucciardone, costruita per contenere il peso enorme del Maxiprocesso a Cosa Nostra: imputati, avvocati, magistrati, testimoni, giornalisti, familiari delle vittime. 

Con il libro “’U Maxi. Dentro il processo a Cosa Nostra”, Pietro Grasso torna lì, nel cuore di quel processo, non da semplice narratore ma da protagonista diretto. Fu infatti giudice a latere del Maxiprocesso.

Il libro non è soltanto una ricostruzione giudiziaria. È un racconto civile. Grasso accompagna il lettore dentro l’aula bunker, tra le gabbie degli imputati, le voci dei collaboratori di giustizia, il dolore dei familiari delle vittime, il lavoro dei magistrati, degli investigatori e delle forze dell’ordine. Ne emerge un Paese che, in quel momento, fu costretto a guardare Cosa Nostra in faccia.

Il Maxiprocesso fu una svolta perché portò in sede giudiziaria il riconoscimento dell’esistenza di Cosa Nostra come organizzazione unitaria e gerarchica. Lo ha ricordato anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, definendolo uno “snodo decisivo” nella storia della giustizia repubblicana e nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata.

Dentro quelle pagine, però, non ci sono soltanto i grandi nomi della storia antimafia. Ci sono Falcone e Borsellino, certo. Ci sono il pool antimafia, le indagini, le intuizioni investigative, il metodo nuovo con cui si comprese che la mafia non poteva essere letta come una somma di delitti isolati. Ma ci sono anche le vittime, le famiglie, le donne che scelsero di costituirsi parte civile, gli uomini dello Stato che pagarono con la vita la fedeltà al proprio dovere.

«Il merito del libro di Grasso – si legge in una nota - è proprio questo: restituire al Maxiprocesso la sua dimensione umana, oltre che storica e giudiziaria. Non una memoria fredda, non un archivio di carte, ma una testimonianza viva. Le carte processuali diventano volti, le udienze diventano tensione, le sentenze diventano coscienza pubblica.

Nel 1987, dopo 349 udienze, arrivò la sentenza di primo grado: 346 condanne, 19 ergastoli e migliaia di anni di carcere. Nel 1992, la Cassazione confermò l’impianto fondamentale del processo, sancendo definitivamente la tenuta della tesi sull’unitarietà e sulla struttura verticistica di Cosa Nostra.

“’U Maxi” è dunque un libro necessario perché non si limita a ricordare. Interroga il presente. Dice che la legalità non è un concetto astratto, ma una scelta quotidiana. Dice che lo Stato vince davvero quando resta fedele alle proprie regole, anche davanti al nemico più feroce. Dice che la memoria non serve se resta celebrazione, ma diventa forza soltanto quando produce responsabilità.

A quarant’anni dall’inizio del Maxiprocesso, Pietro Grasso – conclude la nota - consegna ai lettori un’opera che parla alla coscienza civile del Paese. Perché quel processo non appartiene solo alla storia di Palermo o della Sicilia. Appartiene alla storia dell’Italia. E continua a ricordarci che chiamare le cose con il loro nome è il primo passo per cambiarle».