La seconda edizione del Performing Fest si è chiusa con uno degli appuntamenti più intensi e attesi: la lectio magistralis di Alfredo Jaar, uno egli artisti più autorevoli e radicali della scena internazionale. Per quasi tre ore, il main stage del Polo Fieristico “G. Colosimo” di Catanzaro ha ospitato un dialogo appassionato e senza filtri, introdotto da Simona Gavioli e Dobrila Denegri, davanti a un pubblico di studenti, docenti, curatori e cittadini che hanno seguito ogni parola con concentrazione assoluta. Alfredo Jaar – cileno di nascita, newyorkese d’adozione, architetto, artista visivo e filmmaker – ha costruito la sua riflessione come un percorso narrativo che parte dalla storia per interrogare il presente. Ha aperto citando Antonio Gramsci: «Il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire: in questo chiaroscuro nascono i mostri». Un gesto che ha subito definito il perimetro intellettuale dell’incontro, quello di un’arte che non si sottrae alla realtà ma la attraversa, la sfida, cerca di trasformarla.

Dal Cile al mondo: quando la democrazia muore

Il punto di partenza è stato autobiografico e politico al tempo stesso. Jaar ha raccontato l’11 settembre 1973, il giorno in cui Salvador Allende – presidente democraticamente eletto – fu rovesciato dal golpe militare di Augusto Pinochet con il sostegno degli Stati Uniti. Sottolineando come le miniere di rame cilene, al momento del colpo di Stato, generassero profitti che per il 95% andavano a società americane, ha posto l’accento sulle reali motivazioni delle grandi crisi politiche e delle guerre, anche e soprattutto quelle odierne, con una chiosa netta e preoccupante: «Così è come la democrazia è morta in Cile», ha detto. Il riferimento alla propaganda non è rimasto nel passato. Al video in cui il senatore repubblicano statunitense Keith Self citava in una seduta ufficiale il ministro della Propaganda della Germania nazista Joseph Goebbels, il commento di Jaar ha reso con parole nette il senso dell’attualità: «Questo è il mondo in cui viviamo oggi». E ancora: una panoramica sull’avvento dei nuovi fascismi nel mondo e la criminalizzazione dell’immigrazione come punto di partenza di ognuno di essi. Insomma, un catalogo del presente che ha prodotto nel pubblico un silenzio carico di riflessione.

Accademia di Belle arti di Catanzaro
Accademia di Belle arti di Catanzaro

L’opposto dell’art pour l’art
Jaar ha costruito tutta la sua lectio magistralis mettendo in evidenza come la sua filosofia artistica si traduca in un esplicito contrasto con la concezione ottocentesca dell’arte come esercizio autoreferenziale. Un’impostazione che nasce dall’esperienza vissuta in prima persona della deposizione del leader cileno che ha fatto nascere in lui l’esigenza di trovare una forma d’espressione del dissenso e di narrazione della realtà che potesse essere trasversale. Da questa esigenza è nato un corpus di opere che nel corso dei decenni ha affrontato il genocidio del Ruanda, le migrazioni, la povertà urbana, la censura, la manipolazione delle immagini.


«Lights in the City»: rendere visibile l’invisibile
Tra i progetti illustrati ha trovato spazio “Lights in the City” realizzato a Montréal nel 1999. La città canadese contava circa 15.000 senzatetto. Jaar installò 100.000 watt di luci rosse nella cupola dello storico Marché Bonsecours – antico palazzo del Parlamento – collegandola con pulsanti installati nei rifugi per i senza dimora. Ogni volta che un senzatetto premeva il pulsante, la cupola si illuminava di rosso per una frazione di secondo, producendo un segnale luminoso visibile da tutta la città. «Volevo dare visibilità ai senzatetto senza mostrare i loro volti», ha spiegato. «Mi avevano detto: siamo invisibili. Io ho cercato di renderli visibili attraverso la luce». Il progetto durò sei settimane, poi il sindaco lo fece chiudere.

Il museo di carta che bruciò

Jaar ha raccontato la Skoghall Konsthall (2000), progetto commissionato dalla piccola città svedese di Skoghall, interamente costruita attorno a una fabbrica di carta di proprietà di una multinazionale e priva di qualsiasi spazio culturale. Jaar propose di costruire un museo interamente in carta e legname prodotti dalla fabbrica stessa, finanziato non con fondi pubblici ma con i capitali della multinazionale. Il museo fu costruito, inaugurato dal sindaco alla presenza di tutta la comunità e aperto per 24 ore con una mostra di giovani artisti svedesi. Poi, come parte integrante del progetto, fu bruciato. «Una cultura viva è una cultura che crea», aveva scritto nel progetto. La distruzione del museo non era un atto nichilista, ma una dimostrazione che la sua assenza era insopportabile: gli abitanti di Skoghall, che inizialmente avevano rifiutato l'idea stessa di un museo, piansero davanti alle fiamme.

Il rapporto con gli studenti: un momento raro

Uno degli aspetti più significativi della mattinata è stato il rapporto diretto che Alfredo Jaar ha saputo costruire con gli studenti dell'Accademia di Belle Arti di Catanzaro e con i giovani presenti da tutta Italia. Jaar non ha tenuto una conferenza "dall'alto": ha dialogato, risposto a domande, ascoltato, provocato. Ha invitato i giovani artisti a non rifugiarsi nell'astrazione, a non sottrarsi alla responsabilità di guardare il mondo, a costruire un linguaggio artistico che sia anche postura etica nel presente.

Il main stage e l’area talk del Villaggio Performing si sono trasformati in uno spazio di pensiero collettivo, in cui la storia del Cile di Pinochet, la crisi dei migranti nel Mediterraneo e il neofascismo globale sono stati narrati non come argomenti distanti, ma come urgenze che riguardano direttamente chi fa arte oggi, in Calabria come nel resto del mondo.

Con la lectio magistralis di Alfredo Jaar e la maratona performativa del pomeriggio – con le performance live di Lerato Shadi, Donna Kukama, Hend Elbalouty, Victoria Vesna, Jacopo Mazzonelli, Eleonora Wegher e Stefano Caimi – il Performing Fest 2026 ha chiuso la sua seconda edizione confermando la vocazione dell'Accademia di Belle Arti di Catanzaro: costruire ponti tra ricerca artistica, formazione e responsabilità civile, portando nella città capoluogo voci e sguardi capaci di interrogare il presente.

La conclusione di Performing

Con la chiusura del Performing Fest 2026 si conclude anche il progetto Performing nella sua interezza: 22 mesi di ricerca, residenze artistiche, coprogettazioni internazionali, convegni e produzione culturale che hanno coinvolto una rete di oltre dodici istituzioni tra Accademie di Belle Arti, Conservatori e Università italiane ed europee, con l'Accademia di Belle Arti di Catanzaro nel ruolo di coordinatore nazionale. Un percorso finanziato dal MUR nell'ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che ha trasformato un progetto di ricerca accademica in un festival internazionale, portando Catanzaro in Europa e l'Europa a Catanzaro, lasciando all'istituzione un patrimonio tangibile: nuove infrastrutture tecnologiche, reti stabili tra persone e istituzioni e una comunità artistica allargata. A tirare le fila di questa avventura collettiva è il direttore Virgilio Piccari: «Abbiamo investito energie e risorse enormi in questi 22 mesi di attività. Quello che sembrava un progetto impossibile si è allargato a macchia d'olio, diventando sempre più grande. Il bilancio più importante non è solo nei numeri, ma nella qualità dei rapporti che abbiamo costruito: con i Conservatori, le altre Accademie, le Università, i partner internazionali. Rapporti che non sono solo tra istituzioni, ma soprattutto tra persone. In questi otto giorni di festival abbiamo accolto 140 artisti straordinari – musicisti, teorici, performer – che sono confluiti qui per vedere l'esito di un progetto corale alla fine del quale ci rimane una forte consapevolezza: il futuro si raggiunge solo quando si cammina insieme agli altri».

«Sul piano dell'Accademia – ha aggiunto –, il progetto ha generato ricadute su più livelli: la ricerca dei docenti e degli studenti ne ha beneficiato, così come l'infrastruttura. Ci siamo dotati di strumentazione tecnologica avanzata per la ricerca e la didattica: questo è ciò che resta, l'investimento più duraturo che si possa fare con fondi pubblici. E poi c'è il rapporto con la città, che si va intensificando. Nella prima edizione eravamo nel centro storico per tre settimane; qui al polo fieristico del quartiere Lido le aspettative erano alte e la risposta della città è arrivata, crescendo giorno dopo giorno. Ieri sera, con il concerto "Ballata del Mare" del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, e questa sera con la chiusura del festival, Catanzaro ha dimostrato di avere fame di arte. È la conquista più bella: la fiducia reciproca tra l'Accademia e i cittadini del territorio in cui essa insiste e vuole operare».

Accademia di Belle arti di Catanzaro
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