“KALEA” di Maria Cristina Romano è un viaggio nella Calabria e, soprattutto, nell’universo femminile calabrese. Un libro fatto di memoria, radici, dolore, resilienza, maternità, libertà e rinascita, nel quale paesaggi, leggende e storie di donne si intrecciano fino a diventare un unico racconto.

L’autrice, nata a Catanzaro e da sempre impegnata nella promozione della lettura e della scrittura, racconta una Calabria autentica, aspra e bellissima, attraverso lo sguardo, le fragilità e la forza delle sue donne. Un libro che nasce anche da un’esperienza personale e dal legame profondo con una terra capace di custodire memoria e identità. L’intervista all’autrice Maria Cristina Romano.

“KALEA” sembra essere prima di tutto un omaggio alla Calabria e alle sue donne. Quando è nata l’idea di raccontare questa terra proprio attraverso l’universo femminile?
Dopo tanti anni in cui mi sono occupata di bambini e ragazzi, attraverso loro ho conosciuto donne eccezionali, con storie incredibili. Madri, sorelle, zie e nonne che, con le loro vicende personali, hanno lasciato un segno importante nella società. Da lì è nata l’esigenza di raccontare la Calabria attraverso la loro forza e la loro umanità.

Nel libro ci sono parole forti come libertà, consapevolezza, resilienza, dignità e rinascita. È anche un invito alle donne calabresi a rompere con ruoli e destini già scritti?
Sì, decisamente. Bisogna rompere gli stereotipi e seguire la propria strada. Esprimere i propri talenti e le proprie aspirazioni con la massima libertà renderà felici noi stesse e anche chi ci sta accanto.

La Calabria non è soltanto lo sfondo del libro: mare, Sila, Aspromonte, borghi, profumi e leggende diventano quasi personaggi. Quanto la sua terra ha influenzato il suo modo di scrivere e di guardare alle donne?
Sono profondamente legata alla Calabria. Qualche tempo dopo aver perso mia madre, mi trovavo a Laino Borgo per qualche giorno di vacanza, quasi controvoglia. È stato come cercarla ovunque e, in qualche modo, ritrovarla. Quel borgo incantato, la sua storia, le tradizioni, la cordialità e l’affetto della gente mi hanno ridato forza e mi hanno fatto capire che una madre non si perde mai davvero. 
Tornata a casa, ho iniziato a scrivere sulle pagine di un vecchio quaderno che mia madre mi aveva regalato. L’ho terminato molto tempo dopo, come se quella storia avesse bisogno di maturare.

In alcune pagine emergono anche temi molto dolorosi: la violenza, la perdita, la solitudine, le migrazioni e le tragedie del mare. Perché ha sentito il bisogno di mettere dentro “KALEA” anche le ferite più profonde della nostra società?
Tutte le donne, e quelle del Sud forse ancora di più, hanno una caratteristica che le accomuna: la cura. I temi dolorosi che emergono nel libro li ho visti e toccati con mano. Ho incontrato donne che aiutano altre donne, che insegnano la dignità e il rispetto, che sanno amare anche con rabbia.
È necessario parlare di tutto, anche di ciò che appare scomodo. Ci sono donne che ancora oggi pagano sulla propria pelle scelte fatte da altri.
Anche le tragedie del mare e le migrazioni ci riguardano tutti perché, come è stato detto più volte, siamo soltanto fortunati a essere nati nella parte giusta del mondo. Ho visto donne accogliere persone straniere nelle proprie case e, quando non ce l’hanno fatta, offrire loro perfino un posto nella cappella di famiglia al cimitero. Sono immagini che non si dimenticano.

Alla fine scrive: “Siamo tutte KALEA”. Che cosa significa oggi, per lei, essere una donna calabrese e quale messaggio vorrebbe che rimanesse nel lettore dopo aver chiuso il libro?
“Siamo tutte KALEA” significa che siamo tutte coraggiose, forti e fragili allo stesso tempo; vere, unite e, soprattutto, finalmente libere di scegliere chi essere.
Vorrei che il lettore e la lettrice prendessero esempio dalle donne calabresi e facessero propria la stessa “cura” che noi mettiamo in ogni gesto, in ogni relazione, in ogni scelta. Anche nel fare, ogni giorno, la nostra piccola rivoluzione.