La protesta degli autotrasportatori ferma anche la produzione nelle Serre vibonesi. Nello stabilimento di Acqua Fabrizia, una delle realtà imprenditoriali del territorio, i camion sono rientrati già giovedì, primo giorno di mobilitazione, e da lunedì sono state sospese anche le attività di imbottigliamento. Non si consegna, nessuno ritira e gli ordini in ingresso sono praticamente fermi. Una paralisi che, in questo caso, non è soltanto la conseguenza dei blocchi stradali, ma anche una precisa scelta dell'azienda, che ha deciso di schierarsi apertamente al fianco dei manifestanti.

«Questa protesta è giusta e va fatta», afferma senza mezzi termini Giampiero Latassa, patron di Acqua Fabrizia, che non intende riprendere le attività prima che arrivino risposte concrete alle rivendicazioni degli autotrasportatori. «Non intendiamo ripartire e non intendiamo nemmeno svuotare i magazzini, perché questa protesta è valida. Forse servirà anche a far capire quanto vale davvero il lavoro delle aziende produttrici e quanto pesa il trasporto sui nostri conti».

Per un'azienda che produce nel cuore delle Serre vibonesi, la logistica rappresenta una delle voci di costo più pesanti. E questo nonostante il gruppo abbia scelto negli anni di dotarsi di una propria flotta di camion, anche per ridurre la dipendenza da un sistema di trasporti che, nelle aree interne della Calabria, resta complicato e costoso. Avere mezzi propri, però, non mette al riparo dalle difficoltà. Anzi, significa dover sostenere direttamente costi di gestione e manutenzione che le condizioni della viabilità locale contribuiscono a far lievitare.

«I costi sono esorbitanti. Un treno di gomme per un camion costa circa seimila euro e solitamente si cambiano ogni 70, 80mila chilometri. Da noi, per le condizioni delle strade, può durare appena 17mila chilometri. Pensi che giovedì, venerdì e sabato, i primi giorni del blocco, ne abbiamo approfittato e siamo stati costretti persino a sistemarci un tratto di strada per riuscire a passare».

Logistica e costi da capogiro: «Per arrivare in Sicilia spendiamo una fortuna»

Il mercato siciliano è uno degli esempi che Latassa usa per spiegare quanto la geografia e le infrastrutture pesino sui bilanci di chi produce in Calabria: «Solo per attraversare lo Stretto in traghetto paghiamo circa 300 euro. Poi ci sono i pedaggi. Per fare andata e ritorno sulla Messina-Palermo arriviamo a cifre che per noi sono enormi, paghiamo 130 euro. Con quello che spendiamo per poche centinaia di chilometri, altrove percorrono distanze molto più lunghe. Ci pensi, per andare noi dalla Calabria a Palermo paghiamo più che per attraversare tutta la Svizzera, la nazione più cara d’Europa».

Il punto, insiste, è che il caro carburante da solo non basta a spiegare il problema: «L’imprenditore calabrese paga un costo di trasporto troppo alto perché non è soltanto il gasolio. Ci sono le strade, i traghetti, i pedaggi, la mancanza di alternative alla gomma. Noi arriviamo a pagare fino a quattro euro al chilometro. In Italia, mediamente, si viaggia su cifre molto più basse, intorno a un’euro e trenta». Latassa fa lo stesso ragionamento sull’agroalimentare. «Se un prodotto parte da Corigliano e non hai un treno per portarlo a Padova, sei costretto a caricarlo su un camion. Intanto la merce che arriva dalla Spagna può avere una logistica più efficiente e costare meno. È questo il paradosso: per questo al nord è tutto attivo, gli scaffali sono pieni e non hanno problemi».

«Siamo una regione – spiega – completamente dipendente dalla gomma. Abbiamo centinaia di chilometri di costa e non riusciamo a usare davvero i porti per il traffico nazionale. Per non parlare, poi, del trasporto su rotaia: la nostra regione è l’unica a non avere un interporto. E tutto questo finisce per essere pagato dalle imprese».

Questo porta anche a scelte complicate ma necessarie. Racconta Latassa, infatti, che nell’ultimo anno ha assorbito aumenti pesanti senza scaricarli sulla grande distribuzione: «Abbiamo avuto incrementi fino al 30%, ma non abbiamo messo un centesimo in più sul prezzo a scaffale, anche perché poi sennò chi lo compra il prodotto?  La nostra acqua costa come l’anno scorso, ma questo ci costringe a lavorare davvero senza margini».

«I disagi? Speriamo portino a qualcosa. La politica doveva muoversi prima»

Latassa non nasconde che il blocco creerà disagi: «Soffriranno i calabresi, lo sappiamo. Ci andranno di mezzo le famiglie, i nostri figli. Ma il governo non può far finta di non sapere cosa sta succedendo: per questo è importante non fermarci, continuare la protesta, far capire che servono delle risposte immediate e strutturali».

L’attacco più duro è rivolto alla politica e alla rappresentanza sindacale: «Il camionista dovrebbe stare sul camion a trasportare la merce. I sindacati dovevano andare al governo mesi fa e discutere per noi, senza farci arrivare fino a questo punto. E poi il tavolo di ieri è stato offensivo. Servivano risposte subito. Devi mettere le imprese nelle condizioni di lavorare e le famiglie nelle condizioni di mangiare».

Nel frattempo lo stabilimento calabrese è fermo. Quello che il gruppo possiede al Nord, invece, continua a lavorare ed è proprio questa differenza che, secondo Latassa, rischia di trasformare una protesta necessaria in un altro svantaggio competitivo per il Mezzogiorno: «Il Sud era il mercato che cresceva. Se noi ci fermiamo e al Nord continuano a produrre, quel mercato lo perdiamo. Se l’arancia calabrese non arriva sugli scaffali, arriverà quella spagnola. Se fermiamo la protesta adesso avremo solo perso soldi e non otterremo nulla: io voglio sapere che questo fermo è valso a qualcosa, che quando ripartiremo le condizioni saranno diverse. Altrimenti sarà stato tutto inutile».