Dal Ceravolo vestito a festa alla prova di forza della squadra di Aquilani: il netto 3-0 alla compagine siciliana è il manifesto di un popolo che sogna
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Certe notti non si giocano. Si vivono. Con il cuore in gola, con le mani fredde e gli occhi pieni di quella fede popolare che a Catanzaro non è mai soltanto calcio. È appartenenza, è memoria, è riscatto. È un popolo intero che si stringe attorno ai propri colori e trasforma il Ceravolo in qualcosa che va oltre uno stadio: una casa dell’anima.
La notte del 3-0 al Palermo non è stata soltanto una partita di playoff. È stata una dichiarazione d’identità. Una risposta collettiva a chi continua a guardare il Catanzaro con l’aria di chi aspetta il momento del crollo. E invece questa squadra, ancora una volta, ha scelto di sorprendere. Di correre più forte della paura. Di restare fedele a sé stessa.
Fuori dal Ceravolo, ore prima del fischio d’inizio, c’era già tutto. Le sciarpe al vento, i balconi colorati di giallorosso, le bandiere appese come reliquie familiari. C’era una città intera vestita a festa, con quell’entusiasmo antico che solo il calcio sa accendere nelle terre del Sud. La Calabria era giallorossa davvero. E non per slogan. Lo era negli occhi dei bambini, nelle voci spezzate dei padri, nei clacson, nei cori, nella pelle.
Poi il campo ha fatto il resto.
Il Palermo arrivava con la sua storia, i suoi nomi, il suo peso. Ma il Catanzaro aveva qualcosa di più forte: aveva fame. Aveva idee. Aveva intensità. E aveva Pietro Iemmello, che da queste parti non è soltanto un attaccante. È un simbolo emotivo. Un uomo che porta addosso la città come una seconda pelle. Ogni sua giocata sembra parlare direttamente alla curva, ogni suo gol ha il sapore delle cose sentite davvero. Quando dice «sogniamo la Serie A, ma guai a rilassarci», dentro quelle parole c’è tutto il senso di questa squadra: ambizione e umiltà, sogno e sacrificio.
E poi c’è Alberto Aquilani, che ha rifilato tre schiaffi calcistici all’ex compagno di squadra al Milan. Ma senza arroganza. Perché questo Catanzaro non umilia nessuno. Gioca. Costruisce. Aggredisce. Si diverte. E quando vince lo fa con quella bellezza feroce che appartiene alle squadre che hanno finalmente capito chi sono.
Aquilani, nel post partita, ha parlato di «prestazione straordinaria» e di qualificazione ancora aperta. Parole intelligenti, da uomo di calcio vero. Perché il Catanzaro sa bene che il Barbera sarà un inferno sportivo e che Inzaghi proverà a ribaltarla con tutto quello che ha. E infatti anche il tecnico rosanero, dopo il tonfo del Ceravolo, non ha alzato bandiera bianca: «Partita sbagliata, ma possiamo ribaltarla». È il linguaggio del calcio che non muore mai.
Ma intanto, in questi giorni che conducono alla semifinale di ritorno, la felicità appartiene a Catanzaro.
Appartiene a chi ha aspettato anni per tornare a vivere partite così. A chi ha consumato trasferte, delusioni e categorie dimenticate senza mai tradire. Appartiene a una tifoseria che non ha bisogno di insegnare nulla a nessuno perché conosce già il valore dell’amore incondizionato.
E forse è proprio questo il punto. Il Catanzaro, oggi, è molto più di una sorpresa. È una squadra che ha restituito dignità romantica a un calcio troppo spesso schiavo del cinismo. In mezzo ai bilanci, agli algoritmi e alle polemiche social, i giallorossi hanno riportato al centro il sentimento. La connessione viscerale tra una maglia e il suo popolo.
Per questo il 3-0 al Palermo resterà comunque. Al di là di come finirà. Perché certe sere non appartengono ai tabellini. Restano dentro. Come una canzone cantata a squarciagola tornando a casa. Come una bandiera stretta forte nel vento della notte. Come Catanzaro quando si innamora della sua squadra e, per novanta minuti, smette di avere paura di tutto il resto.





