Al «Tam – Talk About Mafia» a Catanzaro, i magistrati raccontano il ruolo delle donne nella trasmissione della cultura mafiosa e l’importanza della legge Liberi di scegliere. Frustaci: «Denunciare deve essere normale, possibile e conveniente»
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«Siamo la regione più povera dell’Europa continentale e, ciononostante, quella in cui ha sede l’organizzazione criminale ritenuta più potente e ricca al mondo: Calabria terra di contraddizioni, avrebbe detto il poeta Franco Costabile, immagino, se avessimo lui suggerito questo spunto per la sua poesia più bella, La rosa nel bicchiere. Questa regione registra tassi tra i più alti di vulnerabilità sociale e rischio di esclusione: proprio su queste premesse trova spazi di operatività la ‘ndrangheta che così coltiva il mito dell’uomo d’onore, dell’andros agathos da cui quel termine trae origine […] Siamo qui oggi per adempiere al nostro dovere di cittadini e combattere quella sub cultura con la cultura della legalità, riaffermare lo Stato di diritto e dei diritti, l’uguaglianza di tutte e tutti, la democrazia».
Nelle parole del giudice Giovanni Strangis, presidente Ges Catanzaro, è racchiuso il senso dell’incontro voluto dall’Associazione nazionale magistrati nel capoluogo: “TAM: Talk about mafia”. Perché parlare delle mafie, svelarne retroscena e protagonisti è importante.
Marisa Manzini
Il sostituto procuratore generale nella Corte d’Appello di Catanzaro, Marisa Manzini ha parlato dell’importanza della scelta di rompere il patto familiare: donne minori e la tutela della nuova legge “liberi di scegliere”. «Per molto tempo le donne sono state considerate semplicemente presenze silenziose spettatrici marginali. Ma le indagini dei processi ci dimostrano tutt'altra cosa come le donne custodiscano le regole del clan e abbiano il compito di riportarle ai loro figli. Ci sono donne che nel corso del tempo hanno assunto anche dei ruoli di maggiore rilievo diventando, in alcuni casi, dirette protagoniste di gravi reati. Anche se la donna non è mai stata ritenuta, e le indagini ce lo dimostrano, il capo della famiglia, il capo rimane sempre il maschio della famiglia. All'interno delle famiglie le donne che hanno questo compito appunto di educare i figli, di trasferire ai figli le regole dell'organizzazione criminale, nella quotidianità, nei gesti più semplici, nel momento in cui decidono di rompere il patto familiare, consentono in qualche modo di determinare una crepa così forte all'interno della famiglia mafiosa che se ben aiutate dallo Stato possono avviare un reale cambiamento. Anche nel distretto di Catanzaro abbiamo conosciuto donne provenienti dal crotonese, dal Vibonese, dal Cosentino, che hanno deciso di parlare, di collaborare con l'autorità giudiziaria. Le loro parole hanno consentito appunto di vedere ciò che dall'esterno non è visibile: che cosa succede all'interno della famiglia, quali sono i crimini commessi e come si governa la famiglia durante la latitanza, ad esempio, o comunque la assenza del maschio capo».
«Fino allo scorso agosto, in particolare fino al 9 agosto del 2026, è stato già detto da chi mi ha preceduto, cioè fino all'entrata in vigore della legge Liberi di Scegliere, una donna che decideva di allontanarsi dalla propria famiglia criminale poteva ottenere il sostegno dello Stato, la protezione dello Stato, solo se fosse riuscita ad entrare nei programmi di protezione. Cioè dovevano ricorrere determinati requisiti, in particolare nel caso di collaboratori di giustizia e di testimone di giustizia che sono appunto le gli status che consentono di avviare il programma di protezione la donna doveva avere un bagaglio di conoscenze di informazioni sufficienti per poter dare avvio a questo programma. […] Un vuoto di tutela che è stato colmato con la legge "Liberi di Scegliere" che interviene su questo spazio prevedendo delle misure di protezione e di assistenza che non presuppongono necessariamente l'assunzione dello status di collaboratore o testimone di giustizia»
Giulia Pantano
Il procuratore aggiunto di Catanzaro, Giulia Pantano ha parlato del ruolo delle donne all’interno della ‘ndrangheta. «La La cultura mafiosa non si trasmette geneticamente e un bambino non è obbligato a essere cresciuto in un clima mafioso», ha spiegato il magistrato. Gli uomini entrano nell’onorata società con l’affiliazione, le donne per nascita o matrimonio. «Col matrimonio la donna acquisisce cittadinanza mafiosa. Diventa custode dei principi di segretezza, omertà, vendetta, obbligo di obbedienza alla famiglia mafiosa». Sono le donne che trasmettono il senso della vendetta ai figli. Pantano ha ricordato il caso della donna che, davanti al cadavere del marito ucciso, ha detto al figlio: “Ricordati com'è tuo padre e non dimenticarlo fino a quando non lo vendichi”. C’è poi la storia di Aurora Spanò che raccontava con orgoglio dal carcere al figlio: «Tutti conoscono a noi», con «noi» intendendo la famiglia mafiosa. «La donna crea consenso all'interno della famiglia. La donna spiega perché quel sistema merita di esistere», spiega Pantano. Ma è un gioco che non ripaga. Come nel caso di Simona Napoli, cresciuta senza libertà in una famiglia mafiosa, con lo zio che andava a prenderla a scuola e costretta a un matrimonio combinato. Simona Napoli ebbe una relazione con un ragazzo che pagò con la vita il fatto di averla incontrata a casa. Simona Napoli decise di collaborare con la giustizia accusando i familiari, e la Cassazione ha successivamente confermato le condanne all'ergastolo per Antonio e Francesco Napoli, padre e fratello di Simona.
Annamaria Frustaci
L’intervento del sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci, è stato diretto ai testimoni di giustizia. Frustaci ha posto l’accento «su una serie di problematiche che negli anni hanno condizionato le previsioni normative che hanno riguardato la figura del testimone di giustizia, perché per anni nella società civile si è faticato a far acquisire la consapevolezza che è il testimone di giustizia è innanzitutto una vittima, un testimone oculare, cioè una persona onesta che a un certo punto sceglie di dire basta rispetto al pagamento del pizzo o che assiste a un episodio di natura mafiosa o a un episodio di corruzione all'interno di un contesto della pubblica amministrazione e quindi a un certo punto decide di testimoniare, di raccontare ciò a cui assistito».
Ma ecco il cuore del problema: «Il testimone di giustizia parte dalla propria onestà e la propria onestà non può diventare l'evento di fragilità, di impoverimento».
Il testimone di giustizia viene sradicato dalla propria casa, abbandona lavoro o azienda, vive in anonimato. Un sacrificio enorme, una condizione di fragilità.
«Nei diritti che la legge del 2018 ha creato tra i testimoni trasferiti in località protetta legge, rispetto ai testimoni che restano in una località d'origine, c'è la possibilità di una corresponsione di un assegno. Ma questo assegno non può avere una natura assistenziale. Noi dobbiamo assicurare un diritto al lavoro», dice Frustaci.
Il punto è che «un testimone di giustizia va reinserito».
«E allora dobbiamo interrogarci su questo tema perché la giustizia deve essere anche conveniente, non è una questione utilitaristica, è una questione doverosa».
Sul piatto, da discutere, ci sono sia questioni previdenziali che di alloggio. Tra le soluzioni che il pm propone c’è, per esempio l’idea di «investire su un'edilizia popolare che tenga conto anche delle questioni dei testimoni di giustizia o, perché no, sull'Agenzia dei beni confiscati alla criminalità organizzata».
Perché la mafia la si può sconfiggere «solo se facciamo comprendere che denunciare è normale, possibile, conveniente e giusto. E il diritto a una nuova vita è il primo diritto che dobbiamo garantire a chi ha avuto il coraggio di scegliere».


