Le radici sono un punto fermo. Tengono in piedi un uomo nel tempo, nelle difficoltà, nelle avversità. Come accade a un albero.

Sono il luogo dove siamo nati, dove ci siamo formati, dove abbiamo scoperto il mondo: il luogo degli affetti, delle prime esperienze, delle sconfitte e delle conquiste.

Dalle proprie radici si parte. Ed è giusto partire: conoscere il mondo, misurarsi con gli altri, costruirsi un futuro oltre le proprie sicurezze, e spesso anche incertezze.

Ma partire non può significare essere costretti a non tornare mai più.

È qui che la questione smette di essere sentimentale e diventa politica.

Da oltre un secolo la Calabria accompagna i propri figli alla stazione e li vede partire. Ieri con una valigia di cartone, oggi con una laurea, un master, una professione, un curriculum.

Medici, ingegneri, insegnanti, ricercatori, tecnici, artigiani: uomini e donne formati anche grazie ai sacrifici delle loro famiglie, costretti a portare altrove competenze ed energie.

Non è una colpa di chi parte. È la sconfitta di chi non ha creato le condizioni perché restare fosse possibile e tornare non fosse un atto di coraggio.

I numeri ancora oggi raccontano una Calabria che perde popolazione e soprattutto giovani.

Nel 2025 ha registrato, tra le regioni del Mezzogiorno, il più alto tasso di emigrazione verso il Centro-Nord: quasi otto persone ogni mille residenti. Non è soltanto demografia. È futuro che svanisce.

Un territorio che forma i propri giovani e poi li consegna ad altri territori trasferisce altrove il proprio capitale umano, le proprie intelligenze, la propria possibilità di crescita.

La responsabilità non è dei giovani che vanno via. È di una classe dirigente che, attraverso decenni e generazioni politiche diverse, non è riuscita a costruire una Calabria nella quale restare fosse una scelta e tornare una possibilità concreta.

Tutto questo mentre le classi dirigenti si sono succedute, generazione dopo generazione, ma i giovani hanno continuato a partire.

E la Calabria si è impoverita. E oggi rischia di rimanere più sola, più lontana, nonostante le mille potenzialità, le enormi ricchezza naturali, un immenso patrimonio di storia, arte, cultura, che si perde nei millenni.

Ma tutto questo non è bastato alla mediocrità delle classi dirigenti. Sempre più distratte da piccoli affari, piccoli interessi, grandi incapacità.

Non basta chiedere ai calabresi di amare la propria terra. La nostalgia non paga un affitto, non apre un’impresa, non crea lavoro qualificato, non fa funzionare un ospedale, non costruisce una ferrovia.

Servono lavoro qualificato, servizi, infrastrutture, sanità efficiente, collegamenti moderni e una pubblica amministrazione capace di sostenere chi vuole investire e costruire. Serve una politica che non si limiti a contare chi è partito, ma che sappia creare le condizioni per il ritorno.

Chi è partito non è perduto. Ha costruito competenze, relazioni, esperienze e conoscenze. Può essere una risorsa straordinaria per la propria terra.

Ma bisogna offrire una ragione concreta per tornare.

Questo è il punto: chi ha governato la Calabria in questi decenni aveva la responsabilità di costruire quella ragione. Troppo spesso non lo ha fatto.

La vera emergenza non è lo spopolamento come semplice fenomeno statistico. È l’assenza, per troppo tempo, di un progetto capace di trasformare le radici in futuro.

Le radici sono quelle dell’albero della vita. E sotto quell’albero c’è ancora un’ombra.

La speranza è che qualcuno torni a sedersi lì. Ma perché accada, quell’albero deve restare vivo.

Tenerlo in vita non è più una promessa. È una responsabilità politica, prima ancora che collettiva.

*Editore del network LaC