Dalle iconiche copertine realizzate dall’artista Giuseppe Talarico per il progetto The Calabreser all’innovativo format di residenza artistica “Stanze di Vita Immaginaria”, che ha visto alternarsi artisti di rilievo sotto la curatela di poeti e autorevoli esponenti del panorama letterario italiano. Sono soltanto alcune delle esperienze che hanno animato il Museo d’Arte del Bosco della Sila, oggi raccontate nelle pagine di “SENSE – Catalogo MABOS 2023-2025”, il volume che raccoglie e ripercorre tre anni di attività, sperimentazione e ricerca del museo immerso nel cuore della Sila catanzarese.

Un percorso che testimonia la progressiva evoluzione del MABOS in uno spazio aperto alla contaminazione culturale, all'incontro tra linguaggi espressivi differenti e al dialogo interdisciplinare tra arte e sapere umanistico. Il catalogo, pubblicato da Libritalia Edizioni, sarà presentato giovedì 2 ottobre, alle ore 15, nella Sala Moresca della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, in Piazza Plebiscito a Napoli, nell’ambito del Campania Libri Festival.

Ma a rendere particolarmente significativo il volume è anche il progetto grafico che ne accompagna e valorizza i contenuti, frutto di un lavoro condiviso tra formazione accademica e ricerca creativa. Per scoprirne la genesi, le peculiarità e le scelte artistiche abbiamo incontrato il professor Paolo Giosuè Genoese, che ne ha curato la realizzazione insieme ad alcuni studenti dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro.
 


Come nasce l’idea di trasformare la realizzazione del catalogo SENSE in un progetto laboratoriale coinvolgendo gli studenti di Graphic Design dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro? Che cosa cambia, per uno studente, quando si confronta con una committenza reale, un museo, gli artisti e un pubblico concreto?

L'idea nasce da una convinzione che porto avanti da anni: il Graphic Design non si apprende soltanto attraverso esercitazioni simulate, ma soprattutto confrontandosi con contesti reali, interlocutori reali e responsabilità concrete.
L'esperienza del MABOS offriva una straordinaria opportunità formativa perché permetteva agli studenti di lavorare su un progetto destinato a vivere oltre l'aula, entrando in relazione con il museo, con gli artisti, con il territorio e con il pubblico.
In questo senso ho ritrovato una dimensione già sperimentata in altre esperienze come il FACE Festival Aspromondo, dove il progetto culturale diventava anche occasione di incontro tra discipline, comunità e paesaggi. Quando gli studenti comprendono che ciò che progettano avrà un'effettiva circolazione pubblica, il loro atteggiamento cambia profondamente: aumenta il senso di responsabilità e cresce la consapevolezza del ruolo sociale del design.

Il percorso viene descritto come un processo di sperimentazione, errore, revisione critica e confronto con la committenza. Come si è tradotto concretamente nel lavoro degli studenti e quanto margine di autonomia hanno avuto nelle scelte progettuali?

Abbiamo impostato il progetto come un laboratorio aperto. Gli studenti hanno sviluppato proposte differenti, spesso anche molto distanti tra loro, che sono state sottoposte a continue revisioni, discussioni e confronti. Il valore dell'esperienza non è stato tanto arrivare rapidamente a una soluzione, quanto attraversare il processo. L'errore è diventato uno strumento di conoscenza e non qualcosa da evitare.
Ho lasciato un ampio margine di autonomia progettuale, accompagnando il gruppo nella costruzione di uno sguardo critico. Lo scopo non era realizzare "il catalogo che piace", ma costruire un progetto capace di interpretare autenticamente l'identità del MABOS.


Quanto è stato importante portare gli studenti fuori dall’aula e dentro il territorio della Sila? Il paesaggio, l’identità e il modo di vivere il Mabos hanno influenzato le loro scelte grafiche ed editoriali?

È stato fondamentale. Non si può raccontare un luogo senza averlo attraversato.
Visitare il MABOS, mangiare e dormire al Granaro, entrare in stretta relazione con Mario Talarico, interpretare il pensiero di Elisabetta Longo, camminare nel paesaggio della Sila, confrontarsi direttamente con le opere e con il loro contesto ha consentito agli studenti di comprendere che il museo non è semplicemente uno spazio espositivo, ma un ecosistema culturale.
Anche in questo caso ritrovo un legame con esperienze precedenti: il territorio non è uno sfondo, ma una componente attiva del progetto. Il paesaggio influenza il modo in cui guardiamo, interpretiamo e progettiamo.
Molte scelte editoriali e visive sono maturate proprio dall'esperienza diretta dei luoghi, con il passare delle stagioni, anche con l’attesa del luogo e con il viaggio.

Il catalogo SENSE prova a “comportarsi come il Mabos”, come un organismo aperto e attraversabile. Come si è tradotta questa idea nelle soluzioni grafiche, editoriali e visive? E c’è stata una proposta degli studenti che ha contribuito a modificare l’impostazione iniziale del progetto?

Personalmente la visione del buco è stata una sfida: semiotica e progettuale. Inoltre ci interessava evitare un catalogo inteso come semplice raccolta documentativa.
Il MABOS è uno spazio aperto, attraversabile, condivisibile, caratterizzato da relazioni continue tra opere, ambiente e visitatori. Abbiamo cercato di trasferire questa condizione all'interno del progetto editoriale, costruendo un sistema che favorisse connessioni, percorsi e stratificazioni narrative.Alcune delle intuizioni più interessanti sono arrivate proprio dagli studenti, che hanno interpretato il catalogo non come un archivio statico ma come una vera esperienza di esplorazione.
In questo senso il progetto finale è il risultato di un processo collettivo nel quale docenza, studenti e committente, che ha esplicitamente chiesto di sperimentare, hanno costruito insieme la visione del volume.


Che cosa hanno imparato gli studenti da questa esperienza che difficilmente avrebbero potuto apprendere attraverso una normale esercitazione accademica? Quanto ha inciso il fatto di lavorare a un prodotto destinato alla pubblicazione e alla presentazione pubblica?

Hanno imparato che progettare significa assumersi una responsabilità culturale.
Una pubblicazione reale obbliga a confrontarsi con problemi concreti: gestione dei tempi, dialogo con la committenza, coordinamento del gruppo, revisioni, sostenibilità delle scelte progettuali.
Ma soprattutto hanno compreso che il design è una pratica relazionale. Non consiste soltanto nel dare forma a un oggetto visivo, bensì nel costruire significati condivisi.
Credo che questa consapevolezza sia una delle eredità più importanti dell'intero percorso.

Il progetto mette in relazione arte, territorio, formazione e pubblico. Quanto è importante oggi che musei e istituzioni culturali collaborino con Accademie e scuole attraverso progetti concreti e produttivi? E che cosa vorrebbe che gli studenti portassero con sé da questa esperienza, oltre alle competenze tecniche?

Credo sia indispensabile e lo abbiamo visto. Le Accademie non possono essere luoghi chiusi e autoreferenziali. Devono dialogare costantemente con musei, istituzioni culturali e territori, trasformandosi in laboratori di ricerca e produzione culturale.
Progetti come SENSE mostrano come la formazione possa generare valore pubblico.
Gli studenti acquisiscono esperienza professionale, le istituzioni ricevono nuove energie progettuali e il territorio beneficia di nuove forme di narrazione e interpretazione.
Al di là delle competenze tecniche, mi piacerebbe che gli studenti conservassero soprattutto una sensibilità verso i luoghi, le persone e le comunità. Vorrei che comprendessero che il design non serve soltanto a comunicare qualcosa, ma può contribuire a costruire relazioni, identità e futuro, sopratutto alle nostre latitudini.
È questo, in fondo, il messaggio più importante che il MABOS ci ha consegnato durante questa esperienza.
Dal FACE Festival Aspromondo al MABOS ho sempre cercato di portare gli studenti nei luoghi prima ancora che nei progetti. Perché il design nasce certamente dalle competenze, ma cresce soprattutto dall'incontro con le persone, con i paesaggi e con le storie che quei luoghi custodiscono.