«Io mi sono sempre domandato ma è stata questa la verità vera sul nostro caso? È stata questa la chiarezza che si doveva fare su questo caso così controverso? E io ritengo di no».
Walter Aversa, figlio del sovrintendente di polizia Salvatore Aversa e di Lucia Precenzano, il 4 gennaio 1992 ha perso entrambi i genitori, uccisi in un agguato di stampo mafioso a Lamezia Terme mentre stavano per rientrare in macchina dopo una serata di acquisti in centro.
Un omicidio efferato, quello dei coniugi Aversa, che chiudeva una stagione di stragi e commistioni politico-mafiose all’interno del consiglio comunale.
In sette mesi Lamezia ha assistito al duplice omicidio dei netturbini Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, il 24 maggio 1991, allo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, il 30 settembre 1991, e al duplice omicidio Aversa-Precenzano.

Il delitto e i processi

I fatti sono strettamente correlati tra loro e tutti portano alle indagini del sovrintendente Aversa. L’azione giudiziaria per il delitto del poliziotto e di sua moglie fu caratterizzata da un processo eclatante basato sulla testimonianza di quella che venne definita una supertestimone, Rosetta Cerminara, che accusava Renato Molinaro e Giuseppe Rizzardi condannati in primo grado. In seguito la teste venne dichiarata inattendibile e accusata di calunnia. Il processo venne annullato e i due imputati rilasciati.
Nel 2001 due appartenenti alla Sacra Corona Unita, Salvatore Chirico e Stefano Speciale, decidono di saltare il fosso e confessare il duplice delitto commissionato loro dal boss di San Luca Antonio Giorgi. Il 15 Luglio 2004 la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, condannò gli esecutori del delitto a 8 anni di carcere e confermò l’ergastolo per Antonio Giorgi. Solo nel 2009, a 17 anni di distanza dall’omicidio, venne condannato all’ergastolo anche il mandante: il boss lametino Francesco Giampà.
Ma il racconto giudiziario non ha mai convinto la famiglia Aversa che ad un certo punto ha fatto un passo indietro e non si è costituita parte civile nel secondo processo.

Dubbi e «depistaggi»

Ai microfoni di LaC On Air, Walter Aversa non nasconde tutti i dubbi che ha sempre coltivato e non esita a parlare di «depistaggi» nelle indagini.
Alla domanda se ritiene che sul delitto dei suoi genitori si sia arrivati alla verità, Aversa oppone un netto «no».
«Ritengo di no perché questa vicenda giudiziaria che ha riguardato appunto la ricostruzione dell'esecuzione dei miei genitori è stata sempre connotata da grandi episodi di depistaggio e ovviamente con il depistaggio avere una risposta chiara, certa, una verità cristallina su vicende del genere è impossibile».
«Sinceramente – aggiunge Walter Aversa – oggi mi sento ancora con tanti che all'epoca vissero insieme a me quel dramma, nessuno si sente soddisfatto dalla risposta che è uscita dalle aule giudiziarie».

Le indagini di Aversa: dai sequestri di persona alle commistioni politico-mafiose

A Lamezia il poliziotto Salvatore Aversa lavora intensamente per contrastare il crimine organizzato connotato, all’epoca, anche dai sequestri di persona. «Ricordo personalmente – racconta Walter Aversa – di aver seguito la vicenda dei coniugi D’Ippolito che erano stati sequestrati vicino all'aeroporto ed erano nascosti in una buca di due metri per due insieme al sequestratore».

Col tempo la ‘ndrangheta lametina ha alzato il tiro, dai sequestri di persona era passata agli appalti pubblici. Ma il prezzo da pagare per malumori e “accordi” non raggiunti raggiunse l’apice con l’eccidio di due innocenti netturbini all’alba del 24 maggio 1991. In quel periodo, tra l’altro, il sovrintendente Aversa stava indagando anche sulle commistioni tra cosche e politica, un connubio che avrebbe portato allo scioglimento del consiglio comunale il 30 settembre ’91.

La strage dei netturbini

«Quando le cosche – ricorda Walter Aversa – non riuscirono a raggiungere, evidentemente, tra di loro un accordo, il primo episodio importante, eclatante che colpì la società lametina, la società civile, fu una strage, un duplice omicidio di ‘ndrangheta ma che non colpiva indranghetisti o criminali, colpiva due persone per bene, due onesti cittadini, due che aiutavano il decoro ad avere, una Lamezia Termine, più decorosa: Cristiano e Tramonte. Quell'omicidio, quella strage era un fatto troppo eclatante perché mio padre non se ne occupasse, perché era chiaro che erano fatti connessi a quelle indagini sul consiglio comunale».
Un delitto eclatante compiuto con un’arma da guerra, un kalashnikov che «era anche la firma degli omicidi più efferati o delle stragi più efferate che la criminalità organizzata compiva. Era un pubblico messaggio. Non solo possiamo colpire chiunque ovunque, ma lo colpiamo anche con una ferocia tale che non lasciamo scampo».

I capi rione davanti ai seggi

Salvatore Aversa aveva monitorato anche i seggi delle amministrative del 1991 e aveva fotografato quello che avveniva: «C'erano i capi rione, i boss di quei rioni vicini ai seggi, che si mettevano lì davanti e condizionavano le persone con minacce, con sguardi, prendendoli a volte anche per un braccio e, ovviamente, raccomandavano i candidati che spingevano in maniera tale da poter mandare nel consiglio comunale i propri uomini. Chiaramente questo è un condizionamento eccezionale, di una gravità eccezionale. E quello è stato uno dei tanti documenti che aveva preparato mio padre che erano infiniti in quell'informativa che era stata mandata al ministero dell'Interno. Chiaramente l'attenzione c'era ed era massima perché si era capito che la criminalità organizzata lametina stava puntando gli appalti gestiti dal Comune, in particolar modo l'appalto della nettezza urbana che era ricco in termini di denaro e di facile captazione».

La decisione di fermare il poliziotto

Nella mentalità delle cosche, spiega Walter Aversa – che nella vita ha fatto anche lui il poliziotto – quell’uomo tenace «andava fermato. Con il beneplacito, evidentemente, di quella cosca più ampia, di quella zona grigia che faceva affari con le cosche e che aveva paura perché mio padre poteva anche scoprirli, quasi sicuramente ci sarebbe riuscito, e da lì la decisione di fermarlo e di stroncarlo».