Non servivano intimidazioni plateali. Bastava una telefonata, un documento anticipato, una percentuale di ribasso suggerita al momento giusto o magari una firma apposta retroattivamente su un registro comunale. Dalle carte dell’inchiesta Artemis II emerge l'immagine di una 'ndrangheta che non assedia le istituzioni dall'esterno, ma le abita: al centro del disegno c’è la cosca Cracolici.

Più che un'infiltrazione occasionale, gli atti descrivono un rapporto stabile di reciproca utilità tra esponenti del sodalizio mafioso e figure che avrebbero dovuto garantire imparzialità amministrativa e tutela dell'interesse pubblico.

Il terreno di conquista non era soltanto il narcotraffico o l'estorsione. Erano i boschi comunali, le mense scolastiche, le cooperative sociali, i lavori di pubblica utilità. E, soprattutto, la macchina amministrativa del Comune di Cortale.

Il geometra-tutor del boss

Tra le figure chiave compare Giuseppe Vinci, responsabile dell'Ufficio tecnico manutentivo del Comune.

Secondo gli investigatori, Vinci avrebbe svolto un duplice ruolo: da un lato facilitatore delle operazioni economiche del clan, dall'altro garante istituzionale della regolarità apparente delle attività di Domenico Cracolici, sottoposto all'affidamento in prova ai servizi sociali.

Le intercettazioni raccontano un meccanismo tanto semplice quanto efficace.

Cracolici avrebbe dovuto svolgere lavori di pubblica utilità per conto del Comune. Vinci, nella veste di tutor, era chiamato a certificare le ore lavorate.

Ma le verifiche incrociate tra celle telefoniche, sistemi di localizzazione e conversazioni captate avrebbero dimostrato che il boss risultava formalmente impegnato nella manutenzione delle strade comunali mentre si trovava altrove, intento a seguire i propri affari nel settore boschivo o a incontrare altri interlocutori.

In una conversazione, il geometra guida personalmente Cracolici nella compilazione retroattiva del registro: «Vuoi i miei occhiali? Firma qui… qui metti tredici, qui stamattina otto».

Un'altra intercettazione sembra restituire la consapevolezza dell'alterazione: «Io quelli che ho fatto io, ne ho messe di più».

Per gli inquirenti non si tratterebbe di episodi isolati, ma di una sistematica falsificazione di atti pubblici finalizzata a consentire al capocosca di continuare indisturbato le proprie attività.

Vinci, poi, avrebbe rivelato a Cracolici l'identità dei concorrenti e il contenuto delle offerte segrete per l'appalto del bosco "Malittoro". In un'intercettazione, il geometra lo avrebbe rassicurato Cracolici sulla regolarizzazione dei documenti della ditta (fittiziamente intestata alla moglie del boss), consapevole che fosse Cracolici il reale beneficiario.

La mensa scolastica e il consigliere che conosceva tutto

Se Vinci rappresentava il terminale tecnico, Francesco Feroleto, consigliere comunale di maggioranza, avrebbe costituito il collegamento politico e istituzionale della cosca.

Le indagini attribuiscono a Feroleto un ruolo decisivo nell'operazione che avrebbe portato all'aggiudicazione del servizio di refezione scolastica a una cooperativa sociale costituita appositamente e formalmente intestata a soggetti estranei al clan.

Mesi prima della pubblicazione ufficiale del bando, Cracolici sarebbe già stato informato dell'imminente procedura. Il tempo sufficiente per predisporre la società, reperire la documentazione necessaria e organizzare la partecipazione.

Non solo. Feroleto avrebbe monitorato l'identità delle aziende concorrenti, acquisendo informazioni riservate all'interno degli uffici comunali e comunicando al boss persino le percentuali di ribasso offerte dagli altri partecipanti. Una consulenza che si sarebbe spinta fino al suggerimento sullo sconto da applicare.

Un taglio per essere competitivi, ma senza esagerare: tra il 3,5 e il 4 per cento, per vincere senza attirare attenzioni indesiderate.

Durante un incontro nel garage del consigliere, quest'ultimo rassicura Cracolici: «Il documento è aperto... quello che possiamo fare fai».

Secondo l'accusa, in cambio delle informazioni e delle agevolazioni ricevute, Feroleto avrebbe ottenuto anche una fornitura di legname del valore di circa duecento euro.

Un compenso modesto, ma sufficiente a delineare, agli occhi della magistratura, un rapporto consolidato di reciproca convenienza.

Il bosco Malittoro e la perizia "scontata"

Altro tassello del sistema sarebbe stato Enzo Larussa, agronomo incaricato dal Comune di redigere il progetto silvicolturale e stimare il valore economico del lotto boschivo in località Malittoro.

Il sospetto degli investigatori è che la valutazione sia stata scientemente manipolata. La base d'asta fissata nella perizia ammontava a circa 32mila euro.

Il valore reale del materiale legnoso sarebbe stato invece prossimo ai 50mila euro.

La differenza sarebbe stata ottenuta omettendo particelle catastali, classificando come improduttive alcune aree e sovrastimando la presenza di alberi rinsecchiti.

In una conversazione intercettata, sarebbe stato lo stesso Larussa ad ammettere che il prezzo era troppo basso e che, applicando i valori correnti di mercato, la stima non avrebbe potuto essere inferiore ai 45mila euro.

Quando il sindaco avrebbe chiesto una revisione della perizia, il tecnico si sarebbe sfogato con Cracolici: «Io lo rifaccio? E perché lo devo rifare io?».

L'agronomo avrebbe inoltre fornito indicazioni su come iscrivere la società riconducibile alla moglie del boss all'albo regionale delle imprese boschive, suggerendo anche il ricorso a imprese prestanome o concorrenti compiacenti.

Il Comune come luogo di mediazione mafiosa

La seconda parte dell’inchiesta Artemis traccia un quadro nel quale la forza intimidatrice della cosca non si sarebbe manifestata soltanto attraverso minacce esplicite o atti di violenza. Più spesso avrebbe assunto le forme della quotidianità amministrativa, insinuandosi nelle procedure pubbliche e nelle relazioni tra uffici, professionisti e rappresentanti istituzionali.

Un consigliere comunale avrebbe anticipato informazioni riservate sui bandi, un tecnico incaricato di stimare un patrimonio pubblico ne avrebbe ridotto il valore, un funzionario avrebbe certificato attività mai svolte, un dipendente comunale comunicato offerte economiche destinate a restare segrete. Sono episodi che, letti nel loro insieme, delineano – secondo l'impostazione accusatoria – un sistema nel quale alcuni segmenti dell'amministrazione locale avrebbero progressivamente messo le proprie competenze e prerogative al servizio degli interessi del clan.

È un modello di controllo del territorio meno appariscente delle estorsioni o delle imposizioni violente, ma potenzialmente altrettanto efficace nel consolidare consenso, orientare le scelte economiche e garantire nuove occasioni di profitto. Le mense scolastiche, i lotti boschivi, le cooperative sociali e persino i percorsi di reinserimento previsti per chi sconta misure alternative alla detenzione diventano così, nell'ipotesi investigativa, tasselli di una rete di relazioni capace di sovrapporsi alle funzioni pubbliche e di sostituire, almeno in parte, il ruolo dello Stato con quello dell'organizzazione criminale.