Indagini in corso sul delitto di due vittime innocenti di ‘ndrangheta. Sullo sfondo gli appetiti delle cosche sulla privatizzazione della nettezza urbana e i dubbi sull’operato delle amministrazioni comunali
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«Nessuno resta indietro». Lo aveva detto il procuratore di Catanzaro Salvatore Curcio, nel corso della conferenza stampa sull’omicidio di Filippo Ceravolo, che l’attenzione della sua Procura sarebbe stata alta su tutti i casi di sua competenza anche i più difficili e datati, quelli che in gergo vengono chiamati cold case. Tra questi rientra il caso dell’eccidio di via Miraglia, a Lamezia Terme, nel corso del quale vennero brutalmente trucidati due netturbini, Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte. Era il 24 maggio del 1991, anni drammatici per il territorio lametino segnato da cruente guerre di ‘ndrangheta.
Indagini riaperte
A distanza di 35 anni da quel drammatico evento il procedimento è stato riaperto e l’attività investigativa da parte della Dda è in corso. La speranza può riaccendersi per le famiglie delle vittime che non hanno mai smesso di chiedere giustizia e attenzione verso un delitto maturato in seno alla contesa, tra gruppi criminali, per la gestione del servizio di raccolta dei rifiuti che era stata da poco privatizzata. Appetiti nati anche da dubbie scelte da parte delle amministrazioni comunali di allora.
Dubbi sollevati sia dalla Corte d’Assise di Catanzaro – che nel 1993 assolve l’unico imputato, Agostino Isabella, accusato del delitto ma punta il dito contro la gestione del servizio di nettezza urbana che aveva portato le cosche a ingolosirsi prima e ad accapigliarsi dopo – che dalla magistratura contabile intervenuta a giudicare l’operato delle amministrazioni in merito alla privatizzazione della raccolta della spazzatura.
L’eccidio e i miliardi delle raccolta rifiuti
«Il barbaro eccidio – scrive la Corte d’Assise – del 24 maggio fatto contro vittime innocenti, umili ma onesti lavoratori che nella loro modesta attività traevano gli unici mezzi di sostentamento delle proprie famiglie, volle essere un messaggio tanto più efficace quanto più permeato da bestiale efferatezza, rivolto a tutti, pubblici e privati operatori; un messaggio che preannunziava nuovi equilibri mafiosi e dei quali non poteva non tenersi conto nello spendere i miliardi della nettezza urbana».
Cise e Sepi
Il 23 agosto 1988 la giunta municipale, con la delibera 1750, approvava il capitolato d’appalto per l’esecuzione dei lavori di raccolta e trasporto dei rifiuti solidi urbani: 220 milioni di lire per due mesi, dal primo novembre al 31 dicembre 1988. Il servizio veniva affidato a terzi – è la giustificazione formale – perché le strutture comunali erano state ritenute insufficienti e per i divieti legali di assunzione temporanea di manodopera. Eppure il Comune disponeva di 14 mezzi e di 49 operai, 39 dei quali risultati idonei a svolgere le mansioni di netturbino, mentre alla Cise furono sufficienti 15 operai per espletare il servizio. Tra l’altro i mezzi di trasporto, per il primo affidamento, vennero forniti totalmente dal Comune.
La gara d’appalto venne aggiudicata dalla Cise, dopo che gli altri aggiudicatari erano stati esclusi per vizi di forma. La ditta tenne i lavori fino al 31 marzo 1990. Per sei mesi, dal primo aprile al 30 settembre 1990, il Comune gestì in maniera diretta il servizio e poi, di nuovo, il servizio venne affidato, fino al 15 settembre 1991 alla ditta Sepi di Francesco Piacente&c sas, società derivata dalla trasformazione della Cise.
Le condizioni di contratto rimasero invariate tranne, in questo secondo appalto, la messa a disposizione dei mezzi di trasporto che spettava non più totalmente al Comune ma anche all’impresa, mentre l’impiego di manodopera era costituita anche da operai comunali.
Un filo che non si è spezzato
Dal 1986 al 1991 si erano susseguiti tre sindaci: Pasquale Materazzo, Giuseppe Paladino e Francesco Anastasio. L’amministrazione guidata da Anastasio venne sciolta per infiltrazione mafiosa. Secondo la relazione del ministro dell’Interno, il consiglio comunale presentava fenomeni di condizionamento e infiltrazioni di tipo mafioso. Sette le persone individuate con collegamenti con le famiglie Giampà e Torcasio. Ma anche la cosca Iannazzo avrebbe provveduto a piazzare i propri consiglieri.
Nuove indagini sono ora in corso. Il tempo trascorso e i “buchi” nelle indagini condotte all’epoca remano contro ma il filo teso tra l’eccidio del 1991 e i giorni nostri non si è spezzato.



