Dalle tradizioni contadine ai legami di vicinato, passando per l’emigrazione e il senso di appartenenza, il libro dell’insegnante e studiosa delle tradizioni popolari offre uno spaccato autentico della Calabria che resiste e guarda al futuro
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Tra sogni e silenzi. L’anima dei paesi e la speranza di rinascita è l’ultimo lavoro di Teresa Riccio, insegnante e studiosa delle tradizioni popolari, dedicato a Sersale e al territorio della Presila catanzarese. Attraverso una ricca ricerca storica, antropologica e sociale, l’autrice ricostruisce la memoria di una comunità fatta di lavoro, solidarietà, riti, paesaggi e relazioni umane, interrogandosi sul destino dei piccoli borghi nell’epoca dello spopolamento e della globalizzazione. Più che un semplice libro di storia locale, l’opera si propone come una riflessione sul valore dell’identità, della memoria collettiva e del legame tra le nuove generazioni e i luoghi delle proprie radici. Come scrive Teresa Riccio, custodire il passato non significa rifugiarsi nella nostalgia, ma trovare gli strumenti per costruire il futuro. Abbiamo intervistato Teresa.
Da dove nasce l’esigenza personale e culturale di scrivere Tra sogni e silenzi? Qual è stato il momento in cui ha sentito il bisogno di raccontare Sersale e la sua memoria?
L'esigenza nasce dal desiderio di contribuire alla conoscenza cultura del mondo contadino e di recuperare il senso di appartenenza a Sersale, convinta che ogni degrado di un costume sia una perdita storica. Ho voluto fermare il tempo e dare concretezza ai ricordi, affinché non restino frammenti dispersi. La ricerca, condotta ascoltando gli anziani e analizzando termini dialettali, trasforma storie individuali in testimonianze collettive, offrendo alle nuove generazioni le radici necessarie per comprendere il proprio mondo.
Nel libro lei parla di “sogni” e “silenzi”: cosa rappresentano oggi questi due elementi per i piccoli paesi della Calabria?
Sogni e silenzi sono la tensione che anima i nostri paesi, sospesi tra passato vitale e futuro incerto. I "sogni" sono aspirazioni e progetti, una forma di resistenza contro l'idea che abitare le aree interne sia un limite; i "silenzi" descrivono le rinunce, le assenze della politica, lo spopolamento e le botteghe chiuse, ma anche la memoria operosa dei nostri avi. Come docente e ricercatore, il mio obiettivo è collegare questi due mondi per evitare che i borghi diventino solo luoghi di passaggio o di turismo stagionale, promuovendo invece il ripopolamento da parte di tutti coloro che sono emigrati.
Una delle questioni centrali dell’opera è lo spopolamento dei paesi. Quali sono, secondo lei, le ragioni più profonde che stanno svuotando le comunità dell’entroterra e come si può invertire questa tendenza?
Lo spopolamento colpisce il tessuto antropologico, causato dalla mancanza di opportunità lavorative, dall'isolamento infrastrutturale e tecnologico, e dall'abbandono dell'agricoltura e dell'artigianato. Invertire la rotta richiede di superare la visione dei paesi come "musei", puntando su lavoro da remoto, connettività e incentivi per i nuovi residenti. La scuola funge da argine primario: educare i giovani a conoscere e comunicare il valore del proprio territorio è essenziale, specialmente in un momento critico segnato dalla chiusura di istituti e dalla creazione di pluriclassi che indeboliscono l'identità comunitaria.
Nel suo racconto emerge una società fondata sulla solidarietà, sul vicinato e sull’aiuto reciproco. Cosa abbiamo perso rispetto a quel mondo e cosa possiamo ancora recuperare?
Abbiamo perso la spontaneità delle relazioni a favore dell'individualismo e della contrattualizzazione burocratica. Tuttavia, nelle "rughe antiche" di Sersale, sopravvive ancora il senso di comunità vissuto come bene comune. Possiamo rigenerare questi valori non più per mera necessità di sopravvivenza, ma per scelta culturale, creando forme di vicinato basate su visioni condivise. Recuperare quel mondo significa ridare spazio al racconto e dare valore alla storia dell'altro, portando la memoria storica del paese nel dibattito globale.
Il libro attribuisce grande importanza al concetto di identità territoriale e al “Genius Loci”. Quanto conta oggi il rapporto con i luoghi nella costruzione dell’identità individuale e collettiva?
Il "Genius Loci" è una forza viva che aiuta a non essere solo "utenti" globali standardizzati, ma persone radicate. Conoscere le vicende di chi ci ha preceduto è un percorso di autoconoscenza e un atto di libertà. Una comunità che riconosce il proprio ambiente come patrimonio di valori etici e storici trasforma lo spazio fisico in un laboratorio di cittadinanza attiva. Senza questo legame identitario, i territori perdono la loro storia e diventano anonimi, accelerando il processo di degrado.
Da insegnante, quale messaggio vorrebbe trasmettere ai giovani che spesso guardano ai piccoli paesi come a luoghi senza prospettive?
Invito gli studenti a cambiare sguardo: il paese non è un set cinematografico che sbiadisce, ma un cantiere aperto capace di produrre innovazione lontano dall'omologazione urbana. Lo spopolamento si combatte creando valore, non attendendo. Il successo risiede nella capacità di scegliere consapevolmente, e per farlo è necessario studiare la storia dei nostri avi e le lotte civili del territorio. Queste radici diventeranno la bussola per chi parte e il fondamento per chi decide di restare e costruire un futuro che superi il passato in bellezza.
Dopo aver raccolto testimonianze, ricordi e frammenti di vita della comunità sersalese, qual è l’immagine o la storia che più l’ha emozionata e che meglio rappresenta l’anima autentica del suo paese?
L'anima di Sersale è rappresentata dall'anziano che, con dignità, continua a curare il proprio "pezzo di mondo" nei vicoli, nonostante l'isolamento. Mi hanno colpito profondamente i racconti sull'emigrazione, vissuta come una necessità dolorosa ma accompagnata sempre dal desiderio di ritorno e dal sacrificio per garantire un futuro ai figli. Questa ricerca, oltre a documentare la storia locale, è stata per me una risposta alla domanda su chi siamo e quale sia il nostro cammino, confermando che i nostri antenati rimangono i custodi di valori irrinunciabili come l'onestà e il rispetto.

