La frenesia della vita moderna svanisce tra i campi dorati della Calabria, dove i paesaggi della fienagione conservano il ricordo di un’epoca lenta, piena di fatica ma anche di arguzia contadina come quella del giovane bracciante che beffava il tempo e la stanchezza
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Suona la sveglia. La camicia non stirata bene che ci rallenta, il caffè al volo, il traffico, il semaforo che si addormenta e non passa mai al verde, il conducente davanti che si addormenta e non riparte, i clackson, la fretta, il caos. La mattina sembra governata dai colori rosso, giallo e verde. Uno start & stop continuo. A giugno, poi, è peggio: il caldo aumenta, lo stress aumenta. Il grigio delle città offusca la vista. A volte, è proprio questione di colori.
Esistono, tuttavia, dei luoghi in cui dall’equazione spariscono il rosso e il grigio e rimangono soltanto i due superstiti a governare lo stato d’animo. Verde e giallo. Varie sfumature. L’erba alta sui cigli delle strade. I prati puntellati di qualche fiorellino qua e là. Il fieno e il grano.
Lontano - ma neanche tanto - dalle sofisticate infrastrutture stradali e da tutto il subbuglio che recano, in territori come la Calabria troviamo chilometri di distese verdi e gialle in cui la vista trova ristoro e i pensieri iniziano a rallentare. Il sole sembra quasi riflettersi sui campi di grano, come di notte la luna fa sul mare. Frutto di una tradizione secolare, la pratica della fienagione è la ragione per la quale alla fine della primavera (tra maggio e giugno) sui campi di grano vediamo ancora oggi numerose balle di fieno. Se è vero che è nel dopoguerra che iniziano a diffondersi i primi macchinari, il bracciante calabrese che ricordiamo in questa occasione non ha mai conosciuto l’ausilio della tecnologia. Un po’ perché la sua storia inizia prima. Un po’ perché era troppo povero per permettersi il più rudimentale degli attrezzi, se non “u runcigghjiu” [la roncola].
Paolino è un adolescente scalmanato, furbo e dal fare goliardico. Se ne va in giro giorno e notte, scalzo, con i calzoni “sciancati” e la camicia lercia. La mamma aspetta il giorno di San Rocco, il 16 agosto, per comprarne una nuova. Paolino, che di mettere la testa a posto non ne ha mai voluto sapere, capisce l’importanza del lavoro quando il rumore più potente che sente durante il giorno inizia a essere il brontolio del suo stomaco vuoto. È magrolino, ma stranamente forzuto. Arrampicarsi sugli alberi è un buon metodo per farsi venire i muscoli. Le sue passeggiate quotidiane a Vallefiorita diventano l’occasione per diffondere la novità: “Si vi serva ‘na manu, io nd’aju dui!” [Se vi serve una mano, io ne ho due]. Spargi la voce qua, spargi la voce là, i paesani bisognosi di braccia giovani e forti non esitano a ingaggiarlo per la giornata. Lui dice di sì a tutti. Ma proprio a tutti. E così si ritrova ad avere tanti appuntamenti.
Ancora non sono spuntate le luci dell’alba, quando Paolino lascia il suo letto di paglia per andare a lavorare. Ma, varcata la vecchia porta di legno, si ferma un attimo per poi fare dietrofront. La mamma lo guarda con aria interrogativa, ma è Paolino, non c’è da meravigliarsi. Qualche ora dopo, mentre la signora lava la biancheria con un po’ di cenere, vede arrivare un gruppo di signori adirati, in cerca di Paolino. Pensando si sia cacciato un’altra volta nei guai per chissà quale strano motivo, corre a chiamare il figlio, che intanto sta dormendo beato. Irritato per essere stato svegliato, si muove con passo pesante per chiarire la situazione. Quando i contadini gli recriminano di non essere andato al lavoro e di aver fatto promesse a vuoto, lui prontamente risponde: «Ho detto che sarei venuto, ma non quando. Se tutti voi siete qui al posto di andare alla ricerca di un altro ragazzo, vuol dire che avete tanto bisogno di me e che io sono l’unico disponibile! Allora, io voglio essere pagato il doppio, anzi il triplo del solito. E voglio una parte del raccolto».
Una bravata del genere fa perdere un giorno di lavoro ai contadini, ma ne fa guadagnare tanti altri sia a loro che a Paolino, il quale scopre che lavorare è molto faticoso, ma sfama lui e la mamma. Lavora talmente tanto che non riposa mai. Lavora fino a tarda sera per la mietitura. Un giorno capita che uno dei proprietari terrieri lo mandi da sua moglie a prendere del pane e un po’ di capocollo per pranzo. Lui va, ma sulla via del ritorno, incontra un bel mucchio di paglia non ancora imballato. Dando ascolto alla sua stanchezza, decide di infilarcisi all’interno per schiacciare un pisolino, riparato dal sole. Quando si sveglia, il cielo coperto di stelle gli fa capire che è già notte. “Giacché ci sono, continuo a dormire, così domani sarò più vicino al posto di lavoro”. Si sveglia di nuovo e vede il cielo stellato. Poi di nuovo e vede la luna. Poi di nuovo, ma il sole ancora non c’è. Poi di nuovo, ma ritornano le stelle. A un certo punto, sente un tridente toccargli la gamba. Fortunatamente chi impugna l’attrezzo è un signore anziano che ormai ha perso le forze, scongiurando danni irreparabili. Si tira fuori da quel mucchio di paglia e, guardando il sole, esclama: “Ah, finalmente è giorno!” Ma in quel momento, il poveretto è ancora ignaro di aver dormito per tre notti consecutive e che quello è il quarto giorno che rischiava di passare dormendo! Mentre il paese cercava Paolino e stava quasi per arrendersi credendolo in pasto a qualche animale selvatico, il ragazzo, tradito dalla stanchezza per il duro lavoro, si era convinto che le volte in cui si svegliava fossero tutte all’interno della stessa notte e che il giorno faticasse ad arrivare!
Il riposo infinito di Paolino è storia vera, raccontata oggi dalle pronipoti anche loro ormai avanti con l’età, ma diventa così una leggenda impressa tra le rotoballe delle nostre campagne: il simbolo di una tradizione contadina calabrese fatta di sudore, ironia e un legame indissolubile con la natura che stenta a perdersi.

