Un giorno prima del duplice omicidio il ministro Scotti era stato sentito in commissione Affari costituzionali. Le «violazioni» che portarono allo scioglimento del consiglio comunale. Il delitto Aversa sei mesi dopo la strage di Sambiase. Quando la ‘ndrangheta firmava i messaggi col sangue
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Il 23 maggio 1991 – il giorno prima che a Lamezia Terme si consumasse il barbaro eccidio che portò alla morte di due innocenti netturbini, Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte – a Roma, in Parlamento, si era svolta una seduta della commissione Affari costituzionali. Quel giorno, neanche a farlo apposta, si era tenuta l’audizione del ministro dell’Interno Vincenzo Scotti «sui problemi dell’ordine pubblico con riferimento agli ultimi sviluppi e diffusione dei fenomeni di criminalità organizzata».
L’interrogazione al ministro Scotti
«A Lamezia negli ultimi anni vi sono stati una media di dieci omicidi all'anno, alcuni dei quali commessi in modo spettacolare e sicuramente connessi a guerre fra cosche. Lamezia è diventata un punto importante del traffico della droga (eroina e cocaina) con collegamenti importanti a livello internazionale, in particolare con gli Stati Uniti», dice il parlamentare Enzo Ciconte che subito dopo sposta il focus del proprio intervento sulle recenti elezioni amministrative che avevano portato, il 12 e 13 maggio, in consiglio comunale una coalizione Dc-Psi guidata dal sindaco Francesco Anastasio.
Sospetti sulle elezioni amministrative del 1991
«A proposito di Lamezia – dice Ciconte –, noi abbiamo chiesto di accertare se nelle liste elettorali delle recenti elezioni amministrative vi fossero candidati inquisiti. Naturalmente ci interessa conoscere la qualità dei reati: contro la pubblica amministrazione, reati di mafia o per traffico di sostanze stupefacenti, o più in generale quelli connessi alla funzione pubblica di consiglieri comunali. Lo abbiamo fatto con specifiche interrogazioni parlamentari che attendono ancora una risposta e colgo l'occasione per sollecitare il ministro affinché dia corso a quelle interrogazioni».
«Ho trasmesso ai segretari provinciali dei diversi partiti, per il tramite del prefetto, tutti gli elementi a nostra conoscenza a seguito delle indagini compiute su tutte le liste che erano state presentate alle elezioni», risponde il ministro Vincenzo Scotti riferendosi anche a Lamezia.
Il ministro, incalzato da Ciconte, ammette che a Lamezia vi sono state alcune violazioni «rispetto al codice di autoregolamentazione». Non dà maggiori spiegazioni. Il consiglio comunale verrà poi sciolto per infiltrazioni mafiose a fine settembre 1991.
L’eccidio: un messaggio firmato col sangue
Questo era il clima che si respirava nella città della Piana – «una media di dieci omicidi all’anno» – quando vennero trucidati Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte.
Anche il delitto dei due netturbini avvenne in maniera spettacolare: a colpi di kalashnikov.
Un messaggio firmato col sangue per l’amministrazione: dopo la privatizzazione della raccolta dei rifiuti, che era stata inizialmente assegnata alla Cise, un’associazione temporanea di imprese, la gestione era tornata semi-pubblica. Le cosche non avevano gradito.
Cristiano e Tramonte sono stati uccisi mentre effettuavano la raccolta dei rifiuti nel quartiere di Sambiase, territorio appannaggio della consorteria Pagliuso e della sempre più potente cosca Iannazzo che darà poi vita al cerbero Iannazzo-Cannizzaro-Daponte.
Nella relazione di scioglimento del consiglio comunale il ministro Scotti parla di commistioni, in alcuni casi attraverso rapporti di parentela, tra sette consiglieri eletti e le cosche Giampà e Iannazzo.
Tra gli sponsor di un consigliere si cita anche Francesco Iannazzo, classe 1951, «ex sorvegliato speciale di polizia, ritenuto uno dei capi indiscussi dell'omonima cosca sulla quale sono in corso indagini, tra l'altro, per un duplice omicidio del 24 maggio 1991», ovvero per l’omicidio dei due netturbini.
Francesco Iannazzo verrà ucciso in un agguato a Sant’Eufemia il 21 maggio 1992.
Il sangue non si ferma: il delitto Aversa
Nonostante l’attenzione puntata su Lamezia da questa raffica di omicidi la ferocia delle cosche non si ferma. Il 4 gennaio 1992, poco dopo le 18, in una strada del centro cittadino vengono trucidati il sovrintendente di polizia Salvatore Aversa e la moglie Lucia Precenzano. Si scoprirà, dopo un lungo e travagliato iter giudiziario, che per l’omicidio era stati ingaggiati due killer appartenenti alla Sacra Corona Unita, Stefano Speciale e Salvatore Chirico, i quali, divenuti collaboratori di giustizia, si autoaccuseranno del delitto. Ad assoldarli per mettersi a disposizione era stato il boss Antonio Giorgi, esponente del clan di San Luca, condannato all’ergastolo. Al delitto partecipò anche Cosimo Damiano Serra, condannato a 18 anni. Nel 2010, 17 anni dopo l’omicidio, verrà condannato a 30 di carcere, quale mandante, il boss Francesco Giampà alias “U Professore”.
Se sull’omicidio Aversa-Precenzano è stato aperto uno squarcio di luce – anche se dopo parecchio tempo e nonostante tante ombre ancora da dissipare – sull’omicidio dei due netturbini è calato il silenzio per 35 anni. In questi giorni LaC News24 ha appreso in esclusiva che le indagini sono state riaperte dalla Dda di Catanzaro grazie all’individuazione di nuovi spunti investigativi. La speranza è che il muro di silenzio che ha sempre caratterizzato il tessuto sociale lametino si infranga.



