Il fratello di Pasquale Cristiano: «Non cerchiamo vendetta. Chiediamo soltanto la verità e la giustizia». Nuovi spunti investigativi hanno permesso di riaccendere i riflettori sull’eccidio
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«Abbiamo appreso che l'indagine sull'omicidio di nostro fratello Pasquale è stata riaperta. Per chi non ha vissuto certe cose può sembrare una semplice notizia. Per noi è la fine di un silenzio durato trentacinque anni. Pasquale era un uomo onesto. Faceva il netturbino, si alzava presto, portava a casa il pane con il lavoro. Non aveva fatto niente a nessuno. È stato ucciso in modo barbaro solo perché doveva diventare un messaggio per altri. E per anni quel messaggio sembrava aver vinto, perché su questa amara vicenda era calato l’oblio».
Francesco Cristiano è fratello di Pasquale Cristiano, netturbino ucciso a soli 28 anni insieme al collega Francesco Tramonte (40 anni) in un agguato di stampo mafioso il 24 maggio 1991 in contrada Miraglia nel quartiere di Sambiase a Lamezia Terme. Ieri Francesco Cristiano ha appreso la notizia, data in esclusiva da LaC News24: la Dda di Catanzaro ha trovato nuovi spunti investigativi per riaprire il fascicolo sull’eccidio di due innocenti lavoratori, trucidati a colpi di kalashnikov mentre effettuavano la raccolta dei rifiuti solidi urbani.
«In tutti questi anni – dice Francesco Cristiano, raggiunto da LaC News24 – non ci siamo mai fermati. Abbiamo continuato a bussare, a chiedere giustizia anche quando le porte restavano chiuse e nessuno rispondeva. Per questo oggi ringraziamo la Dda di Catanzaro e il procuratore Salvatore Curcio: riaprire questo caso vuol dire rimettersi in cammino su una strada che troppi avevano abbandonato. Non cerchiamo vendetta. Chiediamo soltanto la verità e la giustizia, fino in fondo. E questa volta speriamo che quel filo, teso dal 1991 a oggi, non si spezzi più, ma arrivi, finalmente, dove deve arrivare».
L’omicidio dei due innocenti si inserisce nel contesto della gestione della raccolta dei rifiuti solidi urbani a Lamezia Terme. Il delitto è sempre stato interpretato come un messaggio inviato dalle cosche – ingolosite dall’affare che la gestione dei rifiuti rappresentava – all’amministrazione comunale.



